All Inclusive

All Inclusive

Scusate se non scrivo da quasi un mese, ma avevo del sonno arretrato dovuto a notti passate a portare cibo ai senza-tetto.

Cadere nella trappola dello stereotipo secondo cui i cinesi sembrano tutti uguali è cosa molto semplice, ma come tutti gli stereotipi, si basa su false credenze, puntualmente smentite dopo un semplice scontro con la realtà dei fatti.

Con questo pensiero ben saldo nella mente, mi guardo intorno nel ristorante dello staff, ancora mezzo intontito da una settimana di turni di notte alternati a turni di pomeriggio, a loro volta alternati a turni di mattina, a loro volta mescolati con qualche altro turno di notte.
Risultato: orologio biologico a puttane e calendario mentale indietro di qualche tacca.
Sotto le impietose luci al neon sempre accese del locale, mi guardo allo specchio preferendo non farlo, mi rimbocco le maniche della camicia e mi avvio verso la colazione o cena o pranzo. Chissà.
Prendo un vassoio, un piatto, scelgo diverse tipologie di cibo fino a riempire il vassoio, tanto si sa, è gratis.
In questi contesti si diventa preda della Sindrome da All Inclusive.
Piccola parentesi:
Questa Sindrome fa la prima comparsa nei villaggi vacanze, dove viene servito cibo a volontà senza variazioni di prezzo. Questo concetto, stimola direttamente il meccanismo di sopravvivenza della specie che ti porta ad accumulare antipasto, due primi, tre secondi, contorni vari e dessert assortiti in non più di due piatti (altrimenti devi ritornare per un secondo giro e nel frattempo qualcuno di sicuro si sarà fregato le porzioni migliori). Tale meccanismo non è regolato dalla fame, ma dall’ottica del “non si sa mai metti che mi venga appetito mangiando”.
Specialmente in vacanza, non importa se la tua colazione per anni e anni è stata a base di latte/caffè/cappuccino e pane/brioche/biscotti, l’individuo in preda alla sindrome, verrà visto aggirarsi con un piatto a base di pane, brioche, biscotti, ma anche bacon, uova, salsiccia, addirittura verdura, affettati misti e formaggi assortiti, il tutto impilato in un’unica struttura traballante.
Il piatto in questione verrà lasciato in balia delle mosche pieno al 90%, poichè alla fine, ad essere mangiati, saranno solo brioche/pane/biscotti. Stesso discorso per le bevande: al solito latte/caffè, verranno accostati altri bicchieri, contenenti succhi assortiti, cappuccino, coca-cola e addirittura acqua.
Ma tanto, si sa, è gratis.
Forte di questa verità scientifica, avevo appena completato la mia torre di cibo assortito, quando da lontano vedo un mio collega seduto ad un tavolo, un ragazzo cinese naturalizzato australiano, con cui il turno diventa più piacevole, complice la marea di cazzate che è in grado di sparare nell’arco di qualche ora.
Faccio il classico gesto di intesa composto da alzata contemporanea di sopracciglia e mento, come a dire “ehi, ti ho visto, adesso ti raggiungo”, che però per un cinese naturalizzato australiano non significa assolutamente nulla.
Altra piccola parentesi.
Ogni tanto (molto spesso), dimentico che tutto il repertorio di gesti e mimiche tipicamente italiane, perde d’un tratto tutto il suo significato non appena si passano i confini.
Tuttavia, mentre in Paesi esteri vicini all’Italia qualche gesto può essere compreso, magari per somiglianza con altri, in Australia, sia per la cultura diversa, sia per la mescolanza di varie culture, ogni gesto non significa niente.
Anzi, se insisti nel comunicare così, verrai probabilmente visto come un qualche essere abitante dell’era pre-linguistica e del tutto impreparato alla società moderna che, nonostante segnali ostili dall’esterno, si ostina a far roteare dita nell’aria, sventolare mani e a cambiare espressioni facciali all’improvviso senza alcuna connessione.
Per un non italiano la cosa è semplicemente incomprensibile.
Per un cinese ti stai semplicemente rendendo ridicolo.
Come risposta al mio sguardo di intesa ricevo uno sguardo totalmente impassibile, come quello di chi, tornato dalla guerra, non può fare a meno di fissare un punto indefinito nello spazio, senza vedere nessuno che sia tra se stesso e quel punto.
Interpreto il tutto come un “ehi ciao, ti ho visto, vieni pure al mio tavolo”.
Il mio vassoio con due piatti alti trenta centimetri, sei bicchieri ed io, ci incamminiamo verso il tavolo.
In questi casi la procedura da mettere in atto prima di potersi ritenere seduti e pronti ad iniziare il pasto è molto lunga, proprio per la complessità architettonica di un vassoio di questo tipo.
Quindi, mi siedo e inizio tutta una serie di spostamenti dei vari piatti, metto questo cibo assieme a questo, sposto quello che è un contorno con quell’altro che è un secondo, porto questo qui, travaso quello in questo piatto, sposto questo piatto fuori dal vassoio per avere più spazio, tiro fuori il pane dalla pasta che finalmente ora ho spazio, piego e ripongo i tovaglioli, metto a portata la fila di bicchieri e mi sistemo comodo per iniziare.
Durante tutta questa procedura, parlo del più e del meno, col mio collega, ma senza tanta attenzione, dato l’impegno nelle operazioni.
Piccola parentesi:
Dopo attente osservazioni sono giunto alla solida verità che la Sindrome da All Inclusive colpisce in larga maggioranza il popolo italico, lasciando immuni la maggioranza degli altri popoli che, di fronte ad un qualsiasi buffet, prenderanno solamente il necessario per soddisfare la fame e solo successivamente, in caso, ma non è detto, si alzeranno in maniera composta per andare a prendere qualcos’altro, sempre che, ovviamente, non sia di disturbo ad altri.
Una rapida occhiata al vassoio di chi mi sta di fronte conferma il tutto, presentando un singolo piatto di zuppa, un piatto di verdura e un bicchiere di succo. A lato, solitaria, una mela.
Ora, torniamo per un momento alle prime righe di questo post, ricordando lo stereotipo in apertura, secondo cui un occidentale qualunque, vedrà ogni orientale come uguale o parecchio simile ad un qualsiasi altro orientale.
Stereotipo dal quale mi ritengo assolutamente immune.
Potete quindi immaginare la mia sorpresa nell’alzare gli occhi e scoprire che chi mi sta di fronte non è il mio collega.
Nei cinque secondi che seguono, parte una precisa catena di eventi:
L’immagine arriva al cervello, che apre una serie di immagini simili e le confronta in rapida successione, mi rimanda il risultato più probabile, con una corrispondenza praticamente del 96%, solo che non è il 100% e non è che l’amicizia si tramanda per somiglianza. Chiudo tutte le immagini, riconfronto con qualche ricordo e alla fine, dopo cinque eterni secondi, concludo che no, decisamente il tipo che mi sta guardando non è il mio collega.
A quel punto ho un’esperienza extra-corporea e mi ritrovo a galleggiare di fianco ad un me stesso tendente al verdognolo, con bocca semi-aperta. Tutto intorno è congelato e fermo e la visuale è quella della telecamera che ti ruota attorno a 360°, mentre tu, fermo e impassibile, osservi lo scorrere veloce delle nuvole, dei giorni e delle stagioni.
Nel frattempo, il tipo di fronte a me non smette di osservarmi, sicuramente pensando in maniera molto zen: chi stracazzo è questo? A mia discolpa posso dire che era un pensiero condiviso da entrambi.
A quel punto, ero ormai nella classica situazione in cui una teenager, sotto al suo compagno di classe, nella cameretta di lui, con i vestiti lanciati dappertutto, realizza che è troppo tardi per tornare indietro.
Mi trovavo praticamente di fronte ad un bivio: dopo praticamente dodici minuti passati ad organizzarmi i piatti, avrei potuto spenderne altri cinque (andando molto di fretta) per rimpacchettare tutto nel vassoio e sparire dalla circolazione, senza dire una parola, ma diventando automaticamente il nuovo fenomeno di cui si parla nei cessi o nelle file al bar.
Oppure, fare finta di niente, buttarla in ridere e approfittarne per fare nuove conoscenze.
Opto per la seconda e mi lancio con nonchalance in spiegazioni strapazzate, veramente, veramente fragili, secondo cui per una misteriosa svista, ho pensato che fosse un’altra persona che però mi sta veramente, veramente simpatica.
Corredo il tutto da diversi gesti atti a sminuire come il classico roteare della mano aperta con dita unite in un cerchio immaginario come a dire “ma si dai, capita a tutti, cosa vuoi che sia”.
Risposta: immobilità facciale spinta, due singoli sbatter d’occhi e qualche secondo di silenzio.
Solo allora realizzo che le opzioni erano tre.
Il tipo impacchetta il suo vassoio (tre secondi netti) si alza e se ne va, lasciandomi ancora gesticolante e alle prese con una spiegazione che nemmeno Focus riuscirebbe a giustificare.
Pazienza, diventare l’argomento clou nei cessi e nelle file dei bar può portare anche a qualcosa di positivo, che però ancora non mi viene in mente.
Rientrato in possesso del mio corpo, inizio a mangiare, osservando la spaventosa varietà di piatti.
Assaggio quello, provo quest’altro, un boccone di questo e un pezzetto di quell’altro.
Stop.
Non ho poi così fame, ma tanto, si sa, è gratis.

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