Bali. Giorno Tre.

Bali. Giorno Tre.

La mattina del terzo giorno mi risveglio con la brina nei capelli. Sparando l’aria condizionata al massimo, la sera prima sapevo a cosa andavo in contro, ma rientrando in albergo dopo ore alla piacevole temperatura di “caldo fottuto” con un livello di umidità pari a “se piovesse sarebbe più secco”, ho pensato di bilanciare il tutto e godermi una notte all’insegna di una temperatura polare.

Appuntamento con Emanuele al ristorante per la colazione in modalità “weekend col morto”, dato le pochissime ore di sonno sulle spalle. Va bene così, avendo pochi giorni a disposizione il riposo può attendere.

Sotto il sole cocente durante un rifornimento di benzina, in mezzo al traffico già caotico della mattina e dopo un piccolo salto in farmacia per prendere qualche bottiglia d’acqua (per evitare quella riciclata da qualche grondaia, colma di ebola), decidiamo il programma della giornata. Le opzioni sono due:

  1. giornata tranquilla e rilassante, ad una spiaggia vicina, pranzo e un po’ di shopping nei dintorni nel pomeriggio; rientro in albergo per doccia ristoratrice, magari un pisolino veloce e pronti per la serata, freschi come rose appena bagnate da una rugiada mattutina.
  2. quaranta chilometri di strata sconosciuta, in mezzo al traffico di Bali, verso una destinazione conosciuta col nome di Blue Point Beach, da qualche parte a sud dell’isola, pranzo alla “speriamo ci sia qualcosa da mangiare”, altri quaranta chilometri di strada al ritorno, rientro in albergo per doccia veloce, zero pisolino e via, pronti per la serata freschi come un quadrifoglio rinsecchito trovato nelle pagine di un libro delle elementari, ventiquattro anni fa.

Decidiamo per la seconda opzione.

Quaranta chilometri ininterrotti di scooter a Bali

Il che significa esplorare nuovi stati di coscienza.

Come già accennato nel post precedente, la visiera del casco aveva la stessa utilità di un ombrellino da cocktail in un temporale tropicale, per cui affido tutto alle lenti di un paio di occhiali di plastica e al classico culo. Speriamo che un camion non perda un litro di acido o un sacco di mangime.

La strada prosegue tra mille vie, vicoli, tornanti, tangenziali, rotonde, buche, cani, bambini, macchine, processioni religiose, grigliate di carne (in strada), mobili assortiti e altri scooter. Emanuele rischia il tutto e per tutto guidando con una mano mentre con l’altra regge il cellulare e segue la mappa. Io a seguire, a testa bassa per evitare che l’aria mi strappi dal casco la visiera rigorosamente alzata; avevo la bocca talmente chiusa che sembrava avessi un passamontagna color carne.

Blue Point.

Per la verità prima arriviamo ad una strada cieca, dove una signora di trecentoventisette anni più in forma di me ci da le indicazioni corrette per arrivare a destinazione. Torniamo indietro di qualche centinaio di metri, svoltiamo in una stradina, parcheggiamo gli scooter in un parcheggio sassoso, quattro passi e poi… il paradiso.

blue point beach

Dopo quaranta chilometri in scooter questa sembra una meritata ricompensa.

Sbucati di fronte a questo panorama ci rendiamo conto di quanta salita abbiamo percorso per arrivare. Osserviamo un panorama splendido. Camminiamo lungo un piccolo sentiero a strapiombo sul mare, praticamente un percorso obbligato che scorre attraverso locali e bar di tutti i tipi, tutti affacciati sul mare, fatti di legno, dallo stile molto semplice. L’aria profuma di oceano e vento, la musica bassa dei locali si confonde col rumore dell’aria e tutto intorno è sole, cielo, blu, verde e sorrisi. Emanuele ed io ci guardiamo senza dire una parola, che vale come un stasera mi trasferisco qui e vivo di calamari forever. Non sappiamo bene quale locale scegliere. Scegliere significa rinunciare agli altri e non vogliamo perderci niente. Continuiamo a percorrere il sentiero, che scende piano verso il mare. L’intera scogliera è una enorme terrazza su più livelli, ognuno dei quali offre diversi posti in cui sedersi e godersi il cielo e il mare, sorseggiare una birra ghiacciata o un succo di frutta appena fatto; camminiamo guardandoci intorno, lentamente, per non perdere nessun dettaglio.

blue point beach 2

Ad ogni passo un piccolo mondo si apre ai nostri occhi; piccoli negozi di surf, stoffe e souvenir, laboratori improvvisati di riparazione tavole da surf, gente rilassata, ragazzi e ragazze che scendono con la tavola sottobraccio, diretti laggiù, verso le onde. Continuiamo a camminare, rompendo il silenzio con poche frasi come:

Fantastico… ci fermiamo qui? Si dai… o guarda quello laggiù… andiamo a vedere…

Non ci siamo mai fermati. La sete e la fame sono scomparse, sostituite dalla curiosità di vedere sempre di più. Arriviamo in fondo al piccolo sentiero, passiamo una scala ripidissima fatta di roccia e nascosta sotto una parete di pietra a strapiombo e arriviamo in quello che sarà il miglior angolo di mondo visto in quei tre giorni.

Blue Point Beach

Vedete quell’atletico e sportivo esemplare di umano? Non sono io.

blue point

Stendiamo un telo via

Lasciamo gli zaini per puntare decisi verso le calme e calde acque di Blue Point Beach.

Camminare su sassi appuntiti e ciottoli irregolari non è mai stato il mio forte. Il primo passo scalzo mi riporta alla realtà in meno di un secondo. Quella corsa aggraziata ed elegante verso il mare, col sole in faccia e le movenze di un leopardo che avevo immaginato viene spazzata via da una punta di pietra che mi si conficca nella parte morbida sotto le dita. Seguita dalla stessa cosa sull’altro piede che appoggio immediatamente per togliere peso dal primo. Ormai però sono partito e deciso a fare il bagno. Ogni passo si rivela una piccola scoperta di un dolore di tipo diverso: graffio, spuntone, sasso bollente, pietra aguzza, sasso ruvido, scivolone e via così. Ne esce una corsa in slow motion, fatta di veloci cambi gamba per fare un passo in più e porre fine al tormento, seguiti da un appoggiare il piede al rallentatore per attutire l’impatto. Da leopardo a paraplegico in riabilitazione in meno di un secondo.

Arrivo all’acqua che quasi sembro un idiota uscito da un sonno ibernato dopo un viaggio spaziale di tre mila anni luce. Mi tuffo ponendo fine alle sofferenze di un corpo oltremodo goffo e finalmente mi lascio andare alle piccole onde della baia.

Mille riflessi di verde e blu

Davanti a noi l’oceano, solcato da surfisti circondati dagli spruzzi e dietro l’altissima scogliera con i suoi locali, gente affacciata lassù a guardare quaggiù, il rumore delle onde e le chiacchiere rilassate della poca gente intorno.

Decido in quell’istante che potrei vivere di gamberetti e muschio marino, vestito solo di un costume, abbronzatura e, possibilmente, tre centimetri abbondanti di calli.

Dopo qualche ora spesa in relax, torniamo indietro e decidiamo di pranzare.

Una signora si avvicina vendendo teli da spiaggia, braccialetti e cappellini. Ovviamente propone anche una seduta di massaggi, di un’ora ciascuno, sdraiati su un materassino, sotto un gazebo lassù, sopra la scogliera, davanti ad un panorama splendido.

Accettiamo al volo.

Paghiamo anticipatamente e ci sdraiamo.

Ora, sicuramente voi vi immaginate un gruppo di bellissime ragazze indonesiane dalla pelle ambrata, dagli occhi scuri e liquidi socchiusi in un sorriso, vestite di una collana di fiori e del profumo del mare, dalle mani morbide come seta e dai capelli lunghissimi che vi accarezzano il corpo durante movimenti suadenti, mentre voi vi lasciate andare al relax più completo, chiudete gli occhi e viaggiate verso mondi lontani…

No.

La squadra massaggi è composta rigorosamente da signore attempate, tutte over cinquanta, con denti spettinati in maniera casuale, con mani callose più simili ai guanti di Zenga, vestite di pantaloni e magliette di chissa quanto tempo fa. Ma il sorriso c’è. Il sorriso da queste parti non manca mai.

L’ora che segue è talmente piena di risate che quando finisco mi fa male la faccia. Il picco massimo lo raggiungo girando la testa per scoprire che Emanuele ha a pochi centimetri dal naso un totale di quattro piedi più callosi di quelli di Zico. La sua espressione resterà per sempre nei miei ricordi, procurandomi risate convulse che contageranno tutti quanti nel raggio di cinque metri. Alla fine ci ritroviamo tutti a ridere. Io per Emanuele, Emanuele perché rido io, le signore perché ridiamo noi. Nel frattempo il massaggio peggiore di sempre… ma che spettacolo.

massaggi bali

La migliore in assoluto sta tra Emanuele e me. Età stimata in circa 147 anni. Spessore calli 4,6 cm. Denti: radi. Sorriso: splendido. Alla sinistra di Emanuele esemplare addetto alla schiena di Emanuele, che equivale a tutte quelle alla mia destra.

Dopo una birretta ghiacciata fronte oceano, seguito da un mojito d’obbligo, siamo pronti al rientro.

Durante il tragitto perdiamo quasi un’ora alla ricerca del bancomat perfetto: uno che avesse soldi dentro. Quando lo troviamo preleviamo quello che da loro è un milione e da noi cento dollari. Ovviamente, mi dimentico la carta di credito in bella vista per la gioia della cliente successiva che… mi chiama e mi restituisce il tutto. Ripago con qualche banconota a caso e lei ripaga me col sorriso più grande di sempre, mentre dice mi hai appena pagato tre giorni di lavoro… grazie… Faccio un rapido calcolo e concludo che sono circa tre birre da noi e rispondo quasi balbettando di niente.. figurati… grazie a te.

Rientriamo in hotel talmente sudati che sembrava fossimo usciti da un pozzo a mani nude.

Doccia veloce, zero riposo e via…

…di nuovo nelle strade di Bali pronti per l’ultima serata.

La serata volerà via tra una cena tranquilla, mojito, giri in scooter alla ricerca del locale perfetto, mojito, ritrovamento del locale perfetto: il Red Carpet a Seminyak. Ottimo per qualche mojito.

In piena serata ci avvicina Ab, si legge A-bi, in divisa rossa sgargiante da fantino Reale con tanto di cappellino rosso quadrato. Ci propone un piccolo tour attorno al quartiere sul mezzo ufficiale del Red Carpet: una vespa con attaccato un sidecar a forma di bottiglia di champagne. Accettiamo in meno di un nanosecondo.

Il tour si rivela essere l’esperienza più vicina alla morte violenta che abbia mai sperimentato, con improvvisi zig-zag nel traffico, mentre il mio ginocchio passava a pochissimi millimetri da paraurti e muri assortiti. D’altro canto Emanuele, conficcato nel piccolo spazio di un sidecar improvvisato non se la passava meglio. Fantastichiamo di una curva presa troppo veloce, il distacco del sidecar che si infila in un negozio a caso, per sbucare dall’altra parte e finire nell’oblio, mentre io e A-bi volteggiamo sopra una bancarella di bottiglie di benzina e ce ne andiamo beati in una palla di fuoco.

sidecar bali

Primo pensiero alla vista: moriremo tutti.

IMG_0334

Espressione allegra scomparsa dopo le prime curve

Risate, risate e ancora risate.

Finale di weekend splendido, in giro per le strade dell’isola e per i locali aperti fino a tardi.

Quella sarà la nostra ultima sera a Bali. Il giorno dopo ci vedrà diretti verso Perth, sperimentando per la prima volta l’assenza di quella nostalgia da fine vacanza tipica di quando si torna a casa; in fondo lasciamo Bali per tornare in Australia… e detta così suona davvero niente male.

  • Sonia KarmaHolic

    ahah mi ha fatto riderissimo 🙂

  • Stefania

    Ciao Giordano, i tuoi racconti sono sempre divertenti, potresti scrivere un libro solo dei tuoi racconti di viaggio.

    Stefania

  • Lidia Monese

    Mi hai risollevvato la giornata amico… 🙂

  • rocco

    non so perchè ma ti vedrei molto bene in giro in giappone, per leggere le tue riflessioni, su quella cultura