Byron Bay. Dove nascono i sorrisi

Byron Bay. Dove nascono i sorrisi

Il secondo giorno a Byron Bay fila via in un modo per il quale non sono ancora riuscito a trovare una parola singola che potesse descriverlo. In sostanza si tratterebbe di usare una parola che racchiuda entrambi i significati di veloce e lento allo stempo tempo. Qualcuno di voi mi dica se esiste una cosa del genere.

Nel frattempo…

Mi sveglio grazie ad un raggio di sole partito centocinquanta milioni di chilometri piu’ lontano che mi centra in pieno un occhio, mandando a puttane un sonno completo e riposante come non ne facevo da tempo. Tuttavia, vedendo il lato positivo della cosa, interpreto il tutto come un qualche tipo di sveglia cosmica, partita dal sole in persona, che mi sveglia a modo suo per dirmi di alzare il culo e farmi un giro in citta’. Dopo tutto, sono in vacanza a Byron Bay per pochissimo tempo, tanto vale seguire il consiglio cosmico.

Sveglia, pisciata e doccia (lascio a voi decidere se il tutto avviene contemporaneamente o in fasi distinte) e sono pronto a partire.
Nell’altra stanza, operativo gia’ dall’alba e senza bisogno del raggio cosmico, Mirko batte sulla tastiera del suo Mac, organizza viaggi in Australia e lavora al suo portale.
Busso e mi affaccio con un espressione da come sembrare in coma da sveglio e chiedo il programma della giornata.
Ora, parlare di programma della giornata a Byron è come parlare della tua ex al primo appuntamento con la tua futura ex: capisci subito che sei fuori tema.

Byron la fuori sonnecchia tranquilla al sole

riscaldata da diversi gradi in piu’ di Sydney e cullata da una serie di onde che non smettono mai di farsi guardare. L’unica via principale attraversa il piccolo centro e sbuca direttamente di fronte all’oceano, fermandosi con dovuto rispetto ad una striscia di spiaggia che si perde a vista d’occhio su entrambi i lati. Arrivi li’ e cosa fai? Cazzo, sorridi.
Alla tua destra, laggiu’ in fondo, dove la spiaggia curva a sinistra per poi perdersi nella vegetazione, si vede il riflesso del famoso faro di Byron Bay, punta piu’ ad est d’Australia.
Alla tua sinistra, dopo un’altra striscia di spiaggia e altrettanta vegetazione, si alzano diverse colline e scogliere, in attesa che, con calma, ti decida ad esplorarle tutte. Dopo i minuti che ti servono per fare questa panoramica e scoprirti inspiegabilmente leggero, cosa fai? Cazzo, sorridi ancora.

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La strada lascia posto alla spiaggia. Ricordati di non pensare a niente!

Trascino Mirko fuori dalla stanza e mi dice che di programmato non c’e’ assolutamente nulla. Rispetto. Puro stile Byron.
Pero’, se voglio, si puo’ andare a Broken Head, al di la del faro, dove gustarsi una camminata sulla scogliera, con contorno di vento e sole. Dico che si, ci voglio andare, andiamoci subito.

Tuttavia, ancora in piena disintossicazione dalla vita di Sydney, sento la necessita’ del mio solito gigappuccino.
Breve sosta al coffee shop nei dintorni dove un barista assolutamente in stato di relax, talmente completo da risultare visibile, con tutta la calma possibile nonostante la lunga fila, mi saluta, mi chiede come va, chiede cosa voglio per colazione, mi chiede il nome da chiamare una volta pronta, mi chiede ancora il nome, mi chiede come si scrive, lo scrive male, dico che non importa, lui sorride e mi dice che certo, importa eccome, mi fa vedere come l’ha scritto, rispondo che no, ma va bene lo stesso, lui dice no, fammi lo spelling, lo faccio, corregge, fa il conto e mi dice il prezzo. Stessa consumazione di sempre, meno soldi del solito. Altro sorriso.
Nel frattempo, tutto intorno a me circa dieci persone in circa tre paia di scarpe, pantaloncini piu’ estivi che si puo’, capelli in disordine, facce da serata prima, tavole da surf su macchine pronte a partire, chiacchiere, risate, attesa per il proprio caffe. Con calma si intende.

Niente fretta, questa è Byron.

Con un caffe’ bollente e un sole gia’ alto, arriviamo a Broken Head, diverse decine di metri sopra il mare, su una scogliera da togliere il fiato. Tolgo anche la felpa perche’ il sole qui scalda molto, nonostante un vento forte e non ancora estivo.
Percorriamo un sentiero che si infila tra le ombre di mille alberi, con a destra un bosco in piena regola e a sinistra, a volte nascosti dai rami, a volte visibili, l’oceano. Le onde. La spiaggia.

Arrivati sulla sommita’ della scogliera tutto scompare. Le mille candidature ai lavori fatte finora, i curriculum, i pensieri, le opzioni dei visti, l’affitto, i due lavori in attesa a Sydney, gli eventi dell’ultimo periodo. Scompare tutto. Basta un soffio di vento. Ma non di un vento qualsiasi. Il vento che viene da chissà dove, laggiù in fondo all’oceano, che passa sopra Byron Bay e si carica di quell’atmosfera che non conoscevi ma che volevi tanto, disperatamente conoscere e poi ti colpisce in faccia, ti entra nei polmoni e ti fa volare, in un respiro nuovo, leggero, pulito. Respiri come se avessi imparato a farlo solo adesso e continui, continui e continui ancora. Corri verso la fine della scogliera, guardi in basso e tutto intorno, allarghi le braccia e stai li. Fermo a volare.
A quel punto cosa fai? E cazzo se sorridi.

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Luogo ritrovamento ufficio definitivo

Mirko mi lascia in centro in compagnia di me stesso e fa ritorno al suo ufficio chiamato “casa propria”.
Mi ritrovo libero di girovagare per la citta’, senza meta come più mi piace. Zaino in spalla, iPad carico e piccolo block notes con penna in tasca. Datemi un pasto qualsiasi e sono a posto per ore. Decido quindi di guardarmi un po’ attorno per vedere da vicino questa città che citta’ non è, visto che ad ogni minuto che passa somiglia sempre di più ad un grande villaggio vacanze. Decido di trovare un coffee shop e fare una seconda colazione, mentre prendo un po’ di sole e mi godo il non-programma. Con calma, si intende.

Due ore dopo, (o erano tre?) mi incammino ancora senza meta attraverso la parte residenziale di Byron Bay. Quella delle ville fronte mare, delle palme che ondeggiano pigre, dei giardini e del parco appena dietro la spiaggia, delle quasi zero macchine in strada, del silenzio e del relax assoluto.
Cammino guardandomi intorno, pensando a nulla di preciso.

Perdersi a Byron Bay e’ come perdersi in una pista di atletica.
Per tanto che tu non ci faccia caso, se continui a camminare finirai al punto di partenza, dato che Byron e’ tutta li, compresa in pochi chilometri quadrati.
Io, ovviamente, sono finito fuori dalla pista, in mezzo agli spalti o nei sotterranei, perche’, sempre ovviamente, mi sono perso a Byron.
Guidato da un senso di sopravvivenza piu’ che da quello di orientamento, cammino secondo la logica del quadrato: se prima ero qui e ho girato due volte a destra, se giro altre due volte a destra finiro’ al punto di partenza. Bene. Ci siamo.

Col cazzo.
Dopo circa tre chilometri e una massiccia dose di sole, ero talmente rosso che le macchine mi si fermavano davanti.
Passa qualche altro chilometro e riesco finalmente a fare il punto della situazione.
Trovo Mirko ad attendermi con compassione pazientemente al punto di ritrovo concordato trenta secondi prima che la batteria del telefono mi salutasse definitivamente, salgo in macchina e rientriamo a casa, dove mi aspetta il nulla da fare. Fantastico.

Un paio di ore dopo, decisi a sfruttare tutto il tempo possibile che resta di questa piccola vacanza, si parte in direzione spiaggia.
In bici. Cioè, non solo andiamo alla spiaggia in bici, ma proprio sulla spiaggia. Cosa che non avevo mai fatto prima e, nonostante sia di una semplicità disarmante, mi regala emozioni che servivano proprio: relax e sorrisi a profusione. Si pedala di fronte all’oceano, assaporando qualche goccia di sale e coccolando gli occhi con un tramonto infinito. Quanto bella sei, Byron?

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Ok, diciamoci la verita’. Questo e’ Mirko. Comunque anche fare foto non e’ semplice ok??

Dopo un paio d’ore a fare acrobazie spettacolari pedalare tranquilli sulla spiaggia, torniamo verso casa, in compagnia di un buio quasi totale, illuminato da un numero di lampioni corrispondente a zero.

Prima pero’ si fa sentire la fame.

Convinco Mirko ad assecondare un po’ di sano Sydney-Style con una cena veloce ed economica in qualche locale nei dintorni e finiamo in un bellissimo, super spartano e senza pretese ristornante di cucina indiana, dove il numero degli indiani al lavoro corrisponde a zero.
Scegliamo, ordiniamo, aspettiamo, riceviamo il conto, Mirko si offre di pagare, rispondo splendido che tranquillo ci penso io, mi sembra il minimo, metto mano al portafogli, scopro che porca puttana l’ho perso.
Scorro velocemente possibili luoghi in cui tornare, ma il buio totale e l’enorme area visitata mi fa pensare subito al peggio. Già vedo il mio prezioso portafogli galleggiare pigro al largo della Nuova Zelanda, o negli antri bui e profondi di qualche megattera.
Perso. Andato. Finito.
Sbianco in tempo reale davanti alla cassiera che ostenta una faccia in classico stile sta scenetta del cazzo l’ho già vista, bello…
Alla fine, come intuibile, la cena la paga Mirko.

Con i pochi spicci in tasca prendo un piccolo dolce da portare a casa e nel frattempo mi scuso ancora con la cassiera, comunicando ufficialmente che ho perso, per davvero, il portafogli e lei, senza la minima esitazione, mi risponde: tranquillo mate, qui non si perde niente, tutto, prima o poi, ritorna. Questa e’ Byron…
Rispondo con un sorriso al gusto di si certo… come no… Grazie comunque, a presto.

Rientriamo a casa e mi fiondo in camera sperando di vedere quello che cerco ma niente.
Perso. Andato. Finito.
Gia’ lo vedo, il mio portafogli, venire conteso dalle fauci di cani randagi, o preso a calci per gioco da adolescenti sfaccendati, o frugato e svuotato di tutto il suo contenuto.

Torno in soggiorno e do il triste annuncio ai ragazzi che, in relax, chiacchierano seduti sul tappeto, sperando di ricevere comprensione e qualche anno di terapia.
E’ a questo punto che la coinquilina di Mirko si gira e dice: è per caso quello? E indica un portafogli a terra, sotto il divano.
Sorrido, la abbraccio. Si… e’ proprio lui.

Allora e’ vero… A Byron tutto ritorna.
E io cosa faccio? Cazzo, sorrido.

  • Mattia Casali

    Che spettacolo.. Mi sembra di essere lì.. Grazie!

  • Stefania

    la sensazione di pace che ti dà il tuo racconto è incredibile. Viene voglia di essere lì …

    • Grazie! A me veniva voglia di non tornare!!

      • Stefania

        Finalmente anche io in Australia, Brisbane, da ieri :-),nemmeno me ne rendo conto, sarà perchè sono sottosopra 🙂

        • grande! allora come ti sembra? impressioni a caldo please!! 🙂

          • Stefy

            mah a caldo ti posso dire che, una volta passate le prime ore di panico, in cui,causa jet lag e mancanza di ore di sonno, ti addormenti in piedi(e quando dico in piedi,intendo in piedi), per il resto procede bene, nel senso che la città è davvero bella, pulita, ordinata, con un misto di culture meraviglioso, gli australiani ci hanno già dato prova di grande gentilezza 🙂 ieri ad esempio io e il mio fidanzato, da bravi rinco… abbiamo sbagliato direzione dell’autobus che ci portava a casa e ce ne siamo accorti quasi al capolinea, il conducente ci ha accompagnato praticamente sotto casa e ci ha pure incoraggiato a parlare di più per avere maggiori informazioni, sembrerà una cosa stupida,ma per me non lo è … questo we inizia il festival e c’è gran fermento, proprio ora stanno trasmettendo uno speciale in tv su questa cosa, mi sa che, se vorrai, potrò dirti di più nei prossimi giorni, ah l’inglese è davvero un casino! 🙂 spero tanto di migliorare, lunedì iniziamo un corso.

          • Bene! mi fa piacere! per l’inglese vai tranquilla che se abbini il corso e buona volonta’ vedrai che arriva. Mi raccomando spegnete l’italiano!!! 🙂

          • Stefy

            provvisoriamente anche gli italiani 🙂 così non c’è pericolo … a risentirci a presto.

  • Massimo

    Sempre eccellenti racconti, sembra toccarli e viverli.
    Grazie

  • Mirko Casagrande

    è la prima volta che leggo un racconto di Byron Bay così bello e appassionante, grazie Giordano