Elogio al Surf

Elogio al Surf

La muta mi sta addosso come una cubista non farebbe mai.

Il corpo tonico e abbronzato si muove sicuro, poco più in la, nella muta di qualcun altro.
Con un braccio afferro la coda della tavola e le trascino il naso sulla sabbia, lasciando un solco emblematico: quella linea retta che mi sto lasciando dietro segna la prima volta che tocco l’oceano australiano.
Guardo in basso e osservo l’acqua cristallina sempre più vicina ai miei piedi.
I riflessi giocano con le onde e non puoi fare a meno di fare il tifo per loro.
Un’onda davanti a me si alza capricciosa, seguita subito da un’altra e da un’altra ancora.
Il vento fa arrabbiare i capelli di tutti, ma nessuno se la prende.
Metto un piede nell’acqua.
Alla mia destra, in controluce, la schiuma delle onde alzata dal vento appare come una sottile nebbia d’acqua davanti ad una distesa blu e bianca; sospesa nell’aria sfoca e impreziosisce l’immagine di una spiaggia lunghissima, stretta tra una distesa di verde e il grande oceano.
La tavola nelle mie mani si muove nervosa, quasi chiedendomi di lasciarla andare.
Avanzo ancora un pò nell’acqua agitata e fredda, respiro tutto l’oceano che posso, sdraio la tavola davanti a me e me stesso sopra di lei.
Timidamente, goffamente, lentamente, muovo le mani in quel movimento che fa tanto surf.
Surf.
Finalmente.

Tre ore prima.
La sveglia mi sorprende nel sonno come farebbe un attacco di sciolta mentre discuti una presentazione in pubblico.
Un sonno troppo breve e per nulla rinvigorente.
Sposto letteralmente due occhiaie con le mani e metto a fuoco il mio mondo attuale, composto da una stanza trexdue condivisa con altre cinque persone. E relative valigie.
La baldoria della sera prima sembra adesso un errore madornale, ma al momento sembrava così divertente.
Sono le sette della prima mattina del Surf Camp. Località Seven Mile Beach, Australia.
Con l’agilità di una statua scendo dal letto a castello, infilo le infradito ed esco nella zona comune del campo.
Colazione rimediata arraffando quello che resta e poi tutti in silenzio ad ascoltare le prime indicazioni.
In una sequela infinita di “Hey guys”, “c’mon let’s go” e “what I want you to do” ci viene fatta la panoramica della giornata, che comincia con l’infilarsi in una muta umida senza sapere come fare.
Una volta fatto, realizzo con candore cosa si prova ad essere dentro un profilattico.
Per capire che non me la giocherò bene in fatto di estetica non mi serve nemmeno guardarmi allo specchio e, scricchiolando come una Nike in palestra, mi avvio verso il punto di raduno.
Consegna della tavola e appuntamento in spiaggia per spiegazioni tecniche, dritte, consigli e avvisi. Poi, tutti insieme, ma ognuno solo con sè stesso, avanziamo verso l’oceano.

La sensazione è quanto di più nuovo potessi aspettarmi, data da un’insieme di altre cose mai provate prima.
La muta, l’oceano, l’essere sopra una tavola da surf, in una spiaggia assolutamente deserta, in un posto in cui non sono mai stato, in un’Australia che dopo più di cinque mesi continua ad essere nuova.
Sento solo il rumore delle onde e della tavola che si muove sull’acqua.
Provo a seguire le istruzioni ricevute, controllo la gente intorno a me e poi via.
Una tavola che scivola sulle onde, il sole che abbraccia il tuo corpo e lo illumina, l’equilibrio trovato, un sorriso in faccia e la sensazione di volare.
Niente di più lontano.
Rifacciamo.
Una tavola che letteralmente rimbalza sull’acqua come se volesse andarsene, il sole che si fa sentire anche attraverso una protezione +30, il mio corpo che scopre movimenti nuovi e per nulla armoniosi, in costante ricerca di un minimo di equilibrio e una smorfia in faccia che non replicherei nemmeno durante la più arida delle stitichezze.
Le due ore previste per la prima uscita volano via, caratterizzate da tutti gli opposti di eleganza, stile ed estetica.
Promemoria mentale antidepressivo: ma si dai, è la prima volta, anzi…non è nemmeno andata male!
Al rientro al campo, con una fame da campo profughi, trangugio tre hamburger praticamente per osmosi.
Tolgo il tampax che mi sta intorno, infilo costume, maglietta e mi siedo in attesa del prossimo round.

Nel pomeriggio il sole si è fatto meno timido.
Quando tocco l’acqua stavolta non mi sembra più nemmeno così fredda.
Prima di partire, ricordo alla mia autostima che abbiamo fatto un accordo. Stretta di mano immaginaria e via verso la prima onda.
La lezione del pomeriggio fila via tra voli in aria assolutamente sgraziati, da cui riemergo da una posizione che pensavo completamente diversa.
Il picco della prestazione la raggiungo quando un’onda mi fa partire letteralmente la tavola in avanti da sotto il corpo, lasciandomi per un momento sospeso alla Willy Coyote sul più classico dei burroni, per poi ritrovarmi a spadellare in acqua ridendo di me stesso.
Dopo qualche metro di trascinamento forzato dovuto al laccio che mi lega a quella maledetta tavola, ritrovo una dignità dimenticata e la posizione bipede.
Riproviamo.
Durante quella che sarà una serie lunghissima di episodi imbarazzanti, arrivo perfino ad immaginarmi immortalato dalle lenti del satellite di Google Maps, per poi finire in uno di quei video su youtube che raccolgono oggetti non identificati in giro per il pianeta.
Poi succede.

C’era la sensazione dell’onda giusta, c’era la posizione corretta, c’era spazio sufficiente davanti a me e la distanza era quella che serve.
Quando l’onda mi raggiunge mi alza di un paio di metri, spingendomi con forza verso la spiaggia.
La velocità aumenta.
In un’istantanea del momento stavolta mi vedo pronto.
Scivolo veloce sull’acqua, nessun rumore, la schiuma di quell’onda mi salta intorno senza mai raggiungermi.
Altre tre nuotate e poi prima un piede, poi l’altro.
In un secondo di fermo immagine sono come in posizione di scatto su una tavola da surf nel punto più alto di un’onda.
Mi alzo.
Non cado.
Sto surfando.

Mi godo quei cinque secondi ridendo in maniera assolutamente limpida e anche se in fondo a quel breve momento si preannuncia l’ennesimo volo scomposto, non posso fare a meno che sentire di avercela fatta.
Io e l’autostima ci scambiamo un cinque e poi via a testa in giù in acqua, seguita prima o poi, si spera, da braccia e gambe.
L’impresa si ripeterà ancora solamente una volta, ma tra la prima e la seconda mi sono goduto cento, mille onde.

Il surfista entra in acqua sapendo di essere solo con la sua tavola, laggiù in mezzo ad una distesa d’acqua infinitamente grande. Mentre accetta di essere in balia di tutto questo, il surfista chiede solo di poter condividere, mai controllare, un’onda dopo l’altra.
Il surfista, dicono, cerca l’onda perfetta, quasi sperando in parte di non trovarla mai, per potersi godere la ricerca per tutta una vita.
Quel surfista non sono io e la mia ricerca non è nemmeno cominciata, ho solamente letto la trama.
Quell’onda si farà trovare da qualcuno che le ha dedicato la vita.
Io, dal canto mio, mi godo il momento, l’esperienza e prendo appunti da raccontare.

Richiudo la zip sulla schiena e col sorriso in faccia mi sdraio sulla tavola.
Nuotando piano vado in cerca di un’altra onda che, anche se piccola e non poi così veloce, rimane sempre la mia onda.
E per me, è assolutamente perfetta.

  • quanto mi fai ridere.. super Gio!