Il posto giusto e il momento perfetto.

Il posto giusto e il momento perfetto.

Piove.
La sedia che ho sul balcone continua a tenermi incollato, sguardo rilassato, perso sui tetti bagnati di una Sydney ancora indecisa se concedersi all’Estate o giocherellare ancora con la Primavera.
Respiro un pò di quell’aria umida che mi gira intorno, mista al profumo del mare che, agitato e irrequieto, si fa sentire fino a qui.
A fianco a me le pagine di un libro si muovono nel vento e il loro fruscio si perde nel ritmo della pioggia.
Un gabbiano solitario, appoggiato ad una finestra con la testa nascosta tra le ali, riposa e si ripara dal vento, sempre più forte.
Respiro e respiro ancora.
Ci sono momenti in cui vorrei apprezzare una sigaretta, non tanto per il fumare in sè, ma per il rituale che comporta: sedersi in un posto preciso, lasciare da parte qualche pensiero e un paio di preoccupazioni, prendere per mano i tuoi Te Stessi e passare con loro quei minuti, tra un respiro e l’altro, semplicemente godendo di quel momento. Invece non fumo, al momento non ho preoccupazioni particolari e di Me Stessi ne ho talmente tanti che alcuni di loro nemmeno si presentano. Non mi resta altro da fare che rilassarmi e far saltellare lo sguardo qua e la, sopra tetti, alberi e strade viste da quassù.
Va benissimo anche così.

La cagata che quel gabbiano lascia cadere qualche piano di sotto è talmente densa e compatta che quando arriva a destinazione fa un suono ben preciso, un rumore sordo e ovattato, quasi come di un pallone fatto con il chewin-gum che scoppia, morbido e secco, molto pieno, molto cremoso.
Due secondi e qualche millimetro di pioggia dopo, un lunghissimo “Noooo!” si alza fino al mio piano, distruggendo quel momento di pace che mi ero ritagliato, coprendo il rumore della pioggia, del vento e delle pagine di quel libro.
Qualche metro più in la, spaventati dal suono, spiccano il volo un paio di pappagalli colorati.
Con annoiata curiosità butto uno sguardo di sotto, per vedere come è andato a finire quello che ho visto partire, in fondo l’ho visto crescere, realizzando così che oggi, qualcuno, scoprirà che merda di gabbiano e giacca scamosciata non vanno poi così d’accordo.
Passi infuriati, qualche porta che sbatte e rumore di una giornata rovinata.

Quando il rumore della pioggia torna ad essere il solo protagonista, ritrovo il mio momento di pace.
La casa libera, da un paio di giorni per la prima volta in quattro mesi, fa sentire con forza tutto il suo silenzio. Ho volutamente lasciato le finestre aperte in modo che il vento, con il permesso di entrare, non si faccia scrupoli a curiosare qua e la, muovendo lenzuola, toccando altre pagine di altri libri, qualche tenda e rinfrescando così tutte le stanze.
Chiudo la zip della felpa, infilo il cappuccio e mi accomodo meglio sulla sedia. Ogni tanto, qualche goccia di pioggia mi colpisce, ma fa parte del gioco, del quadro in cui sono voluto saltare e che non avrei saputo dipingere meglio.
Il rumore del traffico, da dove sono ora, non si sente a meno che qualche macchina decida di passare proprio da qui, cosa che succede raramente.
In strada, l’acqua scaricata dai tetti si accumula e scorre lungo i marciapiedi; all’interno di un albero, qualche uccello cerca riparo, in attesa della prossima schiarita. Rumore di tuoni lontani, di acqua che scorre.

L’acqua che scorre è quella di un bagno dell’appartamento di sotto, dove qualcuno da qualche minuto sta dando prova di sè, in una battaglia tra l’oscurità di quello che rimane di un pasto in uscita e il bianco candore della ceramica poco più sotto. All’inizio non ci avevo fatto caso, ma poi, si sa, certe cose si notano.
A farsi notare, specialmente, è una liquidissima, caramellosa flatulenza, dell’invidiabile durata di circa tre secondi, ad intensità variabile, amplificata dalle pareti bianche del water e che, libera di andarsene, si fa sentire al mio piano e probabilmente anche ad un paio più sopra, seguita subito da un paio di sospiri di meritata soddisfazione e liberazione.
Rumore di “stasera minestrina calda”. Ci siamo passati tutti.

Vedere un gatto a qualche metro da un piccione, può farti pensare che tra qualche minuto ti gusterai una scena di caccia autentica, come solo un piccione che muore con un paio di denti piantati nel collo sa offrire.
Invece, quel gatto e quel piccione si sono solo incontrati per caso, sullo stesso cornicione, sullo stesso tetto a ripararsi dalla stessa pioggia. Rispettosa distanza, un destino condiviso e una piccola sporgenza da spartirsi.
Lo strano gruppetto formato da un gatto, un piccione e dalla manciata di Me Stessi che hanno deciso di unirsi al momento in questione, non emette un rumore.
Io guardo il gatto, il gatto guarda me e il piccione, che guarda il gatto e me, che guardo loro e un soggetto non identificato, del peso stimato, in chili, di circa centocinquantaemoltissimihungryjacks, che tenta di correre da qualche parte.
Mi sono distratto un attimo.
Per un secondo soltanto mi ritrovo con tre occhi puntati (un piccione non ti guarda mai frontalmente), io immobile nella mia felpa grigia. Un tuono risveglia tutti, appena un secondo prima di pensare che quei due non fossero un vero gatto e un vero piccione.
Rumore di psicofarmaci in arrivo.

Mentre arrivano, mi godo il rumore di un cavernosissimo rutto, proveniente da qualche punto più in basso.
Pur non vedendo l’antro desolato da cui è fuoriuscito, attribuisco il merito a Mister Otto-Pasti-al-giorno, appogiato da qualche parte ad evitare di bagnarsi almeno per metà.
Gatto e piccione saltano e volano in cerca di un posto migliore, ignorandosi ancora una volta, in direzioni opposte.

Il profumo del caffè, portato dal vento ancora ospite in casa mia, dona una nuova sfumatura a quel momento, lassù sul balcone di Qualsiasi Street. Mi alzo, rientro in cucina e verso il caffè appena fatto in uno dei bicchieroni di cartone nero chiesti gentilmente alla caffetteria poco più in la. Mescolo tutto con abbondante latte caldo e ritorno sul balcone.
A gambe incrociate, mi accomodo sulla sedia e mentre sorseggio il caffè bollente a due mani, continuo a guardarmi intorno, senza niente di speciale a cui pensare, senza nessun motivo per essere altrove e pienamente appagato per essere esattamente dove e quando mi trovo.

Tra un sorso e l’altro ripenso all’ultima ora, passata lassù ad osservare il niente di preciso.
Apro un post-it mentale per prendere un appunto immaginario, ma la penna invisibile non ha ancora deciso cosa scrivere. Devo ancora capire se è stata un’ora di merda o una splendida parentesi in una giornata di pioggia.
Mi riscaldo con un altro sorso e decido che non è così importante decidere.

Piove e quella sedia continua a tenermi incollato, con lo sguardo rilassato e perso sui tetti di una Sydney sempre più bagnata, ancora indecisa e per questo bellissima.

  • Roberta Burattini

    Bello G, bravo 🙂

  • Mirko che dire…grazie mille…

  • che meraviglia, questa è arte pura, bravo Giordano