Il senso del tempo.

Il senso del tempo.

Quando l’ho vista la prima volta l’avevo notata appena.

Poi, riconoscendola le volte successive, la guardavo di nascosto, al riparo di due lenti scure.
Sempre più spesso, mi ritrovavo a cercarla con lo sguardo, quando ancora ero fermo al semaforo al lato opposto della Via in cui la vedevo di solito.
Occhi azzurri e un portamento elegante.
Poi un giorno, mentre con aria impassibile la incrociavo per l’ennesima volta, qualcosa è cambiato.
Non so dire ora quale fosse il motivo; forse un certo odore, un profumo, un particolare colore; quel giorno è iniziato il nostro rapporto.
All’inizio qualche scambio di cenni, io sorrido, lei mi guarda. Poi, una mattina, mi si è letteralmente buttata addosso. Non potevo tirarmi indietro e così ho ricambiato un atteggiamento che, fino a quel momento, avevo nascosto, forse inibito, per paura di sembrare sconveniente, invadente e forse sgradito.
Il suo nome è Kylie.
Magnifica femmina di Husky che spesso incrocio nei primi accenni d’alba in cui mi trovo a camminare per le vie alberate del mio quartiere.
Ovviamente, Kylie non esce di casa senza il suo collare, attaccato al quale c’è un guinzaglio di cuoio, la cui estremità è stretta da un pugno appartenente ad un vecchio rottame umano chiaramente sulla via del tramonto.
Ma quella mattina era solo nostra.
Feste, scodinzolii, carezze e tutto il classico repertorio di mosse che si fanno ad un cane, che da tanto tempo non mi ritrovavo a sfoggiare, in particolare da quando sono partito, lasciando il mio esemplare di Husky ad attendermi pazientemente per quella che ormai gli sembrerà un’eternità. O probabilmente nemmeno si ricorda che sono partito dato che gli manca completamente il senso del tempo.

Oggi mi godo il secondo giorno libero consecutivo, una tastiera da battere, l’immancabile cappuccino a portata con contorno di immancabile finestra da cui guardare e vedere se, per caso, passa una storia da raccontare.
Il primo dei due giorni in cui non lavoro mi è servito esclusivamente a recuperare sonno, che accumulo in dosi massicce grazie ai turni che faccio a lavoro.
Sveglia prima dell’alba per quattro/cinque giorni, poi turno di notte per altri due/tre in mezzo un giorno libero in cui sparisco dentro un sarcofago, poi tre pomeriggi e via di nuovo all’alba.
Orologio biologico completamente fermo sulle “Che cazzo giro a fare se manco mi caghi”, uscite pubbliche col contagocce e una vita sotto al mondo da progettare giorno per giorno che si fa sempre più interessante, più completa, più mia.
Bilancio ancora in positivo, quindi, escludendo il fatto che mi capita di scambiare un giorno per un altro, mandando messaggi per incontri vari credendo che fosse domani e invece era ieri, realizzando il tutto in patologico ritardo, con conseguente altra sfilza di messaggi correttivi, alla fine della quale ho definitivamente perso il senso del tempo.

Un giorno che non hai nulla da fare decidi che quell’abbonamento settimanale al trasporto pubblico non deve essere sprecato.
Ti alzi ad un’ora decente per non essere considerato un vampiro, butti nello zaino agenda, un libro, la guida sull’Australia formato “se ci sono mi senti”, cammini qualche minuto fino a sederti al tuo tavolo preferito del tuo bar preferito in attesa del solito…immancabile cappuccino.
Apro la guida e cerco angoli di Sydney in cui ancora non sono stato, realizzando che mi servirebbe qualche clone per coprirli tutti. Mi accontento di un salto al parco, che in accoppiata con il libro che ho, fa rima con giornata perfetta.
Una panchina sdraiata su una piccola collina mi offre il panorama perfetto tra un capitolo e l’altro, alleviando un poco lo sforzo di tenere il passo di una lettura non perfettamente scorrevole e veloce di un libro in inglese, ma alzare gli occhi da un racconto di viaggio in Australia, per trovarsela davanti al naso è una sensazione strana, piacevole.
Non vorrei sembrare quello sfigato di Atreyu che in quel libro ci è entrato di brutto ma, ecco, la sensazione è abbastanza simile.
Stavolta è l’orologio reale a non ricevere attenzione e dopo quelle che mi sembravano una decina di pagine alzo gli occhi ed è già sera. Quando si dice perdere il senso del tempo.

Di ritorno da un saltino in centro per una dose di Circular Quay, faccio un salto del tutto causale negli uffici di Go Study, senza niente di particolare da dire e niente di particolare da fare. Saluto, scambio quattro chiacchiere e poi all’improvviso qualcuno mi chiama. Giordano? Si…ciao, sono io e tu?
Viene fuori che quel tipo che si porta addosso un metro di sorriso lo conosco virtualmente da qualche tempo, ma di vedersi fisicamente, nemmeno l’ombra. Viene fuori che vorrebbe fare un salto a Bondi Beach. Viene fuori che casualmente pensavo di andare proprio là e che, perchè no, una birretta ci sta.
Discorsi condivisi, un’esperienza di base identica, sfociata in milioni di differenze, partita da due persone praticamente una l’opposto dell’altra, ma proprio per questo con tante cose da dirsi. Casualmente troviamo un’amica di lui. Casualmente ci si ritrova a parlare di lavoro e così, sempre casualmente, viene fuori che lavora al casinò da qualche giorno.
Il giorno dopo, il mio miglior sorriso, una camicia ed io siamo davanti alla ragazza dell’ufficio Risorse Umane del Casinò e casualmente ho un Curriculum con me. Confermo una disponibilità completa alla Fai-finta-che-non-abbia-una-vita ed esco.
Dure ore dopo, una voce in segreteria mi invita ad andare al colloquio di gruppo il giorno dopo, a cui mi presento con una camicia diversa, ma con lo stesso sorriso. Dopo ulteriori due giorni mi ritrovo ad essere assunto al casinò. Guarda un pò il caso.
O meglio, la serie di incredibili coincidenze (?) che a volte di portano proprio dove vorresti essere, con un imprevedibile senso del tempo.

Guardo fuori dal balcone e realizzo che voglio cambiare casa.
Me ne serve una più vicina al lavoro, che coincide anche con l’essere lontana dalla spiaggia, che però coincide col risparmiare ulteriori dollari di trasporto, che però coincide col dover ricominciare tutto da capo, che tuttavia, coinciderebbe col risparmiare ore di sonno e non perdere un miliardo di neuroni ad ogni alba.
Ennesima puntata della serie “Pro e Contro sempre insieme”.
Una volta presa la decisione finale, automaticamente iniziano a venire alla luce tutte le operazioni intermedie che devi portare a termine per partire dal punto dove sei e arrivare a quella decisione.
In questo caso, spulciare decine e decine di annunci online, incazzarsi perché in tre quarti di questi cercano solo ragazze, incazzarsi il doppio quando vedi che gli appartamenti fighi sono solo nella categoria che casca nei tre quarti, chiamare, mandare messaggi, prendere appuntamenti, andare a vedere appartamenti di persona, rimanere puntualmente delusi, ricominciare da capo. Certo, prima o poi qualcosa si trova sempre, in un compromesso che devi ancora scoprire, ma che stai creando man mano.
In ogni caso è una cosa che va fatta.
Mentre mando giù l’ultimo sorso di cappuccino, mi arriva un sms. Leggo e scatto in piedi, realizzando solo in quel momento di essere in ritardo per un incontro.
Mi preparo alla meno peggio e volo fuori. Dopo quella che è troppa strada per tornare indietro scopro di aver dimenticato il cellulare a casa.
Pazienza.

Il mio coinquilino brasiliano rientra a casa dopo il turno di lavoro.
Appoggia le sue cose sul mobile e va in cucina a prepararsi qualcosa da mangiare, quando con la coda dell’occhio vede un cellulare sul tavolo.
Lo osserva per capire di chi possa essere e nel frattempo i suoi occhi scorrono sulle righe di un sms in italiano che non può capire: “dove sei? hai perso il senso del tempo?”

  • casualmente… 🙂