I’m a Sydneysider

I’m a Sydneysider

Primo sabato sera da Sydneysider.
Eh vabbè, questa volevo dirla così.
Prima tappa in un pub in zona Central, dove finalmente mando giù una pinta di birra dopo un’infinità di tempo (1 settimana).
Seconda tappa nel famoso quartiere Kings Cross, che a Sydney è conosciuto per essere una delle zone più alternative, artistiche, malfamate della città.
Istruzioni per l’uso: sostituire “alternative” con “un night club ogni due locali”; sostituire “artistiche” con “milioni di macchine tappate alla fast&furios”; sostituire “malfamate” con gente ubriaca nei locali. Le tre cose sommate danno un qualsiasi quartiere italiano il sabato pomeriggio.
La verità è che di malfamato a Sydney ancora non ho visto niente. Direte che quattro giorni sono pochi.. ma fatevi un giro attorno alla  Stazione Centrale di qualsiasi città nostrana e probabilmente qualcosa all’occhio vi arriva.
A Sydney ho camminato a tutte le ore e non ho mai avuto quella stranissima sensazione di perdere la seconda verginità mentre tiri fuori le chiavi della macchina, o di girare la testa a 360° in stile radar per capire se una tua ipotetica fidanzata che potresti avere per mano potrebbe in qualsiasi momento perderne anche tre o quattro di verginità. La città non mostra segni di pericolo evidenti.
La serata scorre in tranquillità tra pinte di birra, macchine di altri tempi e qualcuna vista in qualche videogioco, ragazzine praticamente semi-nude coperte da mezzo metro quadrato di tessuto, arrampicate su 20cm di tacchi, mentre le vedi camminare incerte più di una vecchia con l’alzeimer che in un momento di lucidià decida di ballare la break-dance. Ma fin qui tutto ok. Ti fai un paio di domande quando ti vedi passare dei donnoni enormi, anch’esse baldanzose sullo stesso mezzo metro di tessuto, su altrettanti tacchi, sicure di darla via anche quella sera.
Cambiamo discorso.
Molli tutto in Italia, vendi metà dei tuoi averi e arrivi in Australia con tutte le intenzioni di misurare anche i centesimi. Ti imponi di non vanificare tutto alla vista del primo iphone quasi regalato, dei mille negozi in saldo dove le cose in saldo non fanno cagare e dove non c’è nemmeno una coda di clienti isterici in attesa, dei mille posti in cui fermarti a mangiare qualcosa al volo che non finisca in -burger, dei vari Starbucks.
Poi una sera come tante esci, vai al banco di un bar nel tuo primo sabato a Sydney e chiedi al barista, fingendo di saperlo fare, due rum&pera.
Forse qualcosa dovevo immaginare quando ho visto l’espressione alla “adesso ti uccido” del barista. Fatto sta che un pò a spintoni e un pò a sorrisoni gli spiego di cosa si tratta. ok, butto giù il rum, bevo il succo (ovviamente all’arancia!) e chiedo il conto.
18 dollari.
Pensiero esternato: ok, thank you!
Concetto pensato: mavaffanculostigrancazziilsuccofacevaancheschifo.
Pago con eleganza.
Il rientro in metro si colora di un simpatico siparietto offerto gentilmente da una coppia di gay australiani, dove uno dava il meglio di sè in preda ai fumi di mille daiquiri alla fragola, mentre l’altro cercava di scusarsi e si faceva piccolo di vergogna nei suoi circa 1,90m di altezza.
Il personaggio in questione mi chiede di dove sono e che lavoro faccio in italia. Mi chiede che laurea ho e alla risposta prorompe in mille svolazzi, drammatizzando un finto lancio fuori dal treno in corsa. Il tutto si conclude con lui che rinnova un invito a seguirli, mentre l’altro ci saluta roteando un indice sulla tempia e probabilmente pentendosi di non essere etero.
Magnifica Kings Cross.
Magari la prossima volta che ci vado, sarò coperto solo da mezzo metro di tessuto.