L’alba del giorno dopo

L’alba del giorno dopo

day after tomorrowPartendo dal presupposto che un uovo di gallina fecondato porta alla nascita di un pulcino, mentre un uovo non fecondato finisce sullo scaffale di un supermercato prima e in pancia più tardi, è innegabile una precisa conclusione: in sostanza ci mangiamo le mestruazioni delle galline.

Sono arrivato a questa verità mentre, con l’innocenza ormai perduta dopo questo ragionamento, mescolavo le mie uova regolarmente acquistate e non fecondate nella padella.

Un giorno decisamente intenso quello trascorso.

Una sveglia talmente soft che se la ascolti da sveglio ti addormenti riesce a strapparmi bruscamente dal sonno e a svegliarmi. Barba, doccia, denti, un cambio veloce, uno sguardo allo specchio dove l’altro te stesso fa no con la testa e via, nell’alba gialla e rosa con contorno di nuvole, che a quest’ora accarezza Sydney per farla svegliare. Lei sì, che si sa fare.

Come ultimamente mi capita spesso, arrivo al lavoro con i minuti contati, saltando a doppi carpiati la colazione gratuita in attesa sui banconi del buffet. Pazienza, mi consolerò con una colazione gratuita  fatta direttamente da me, due piani più sopra, a cui arrivo mentre sistemo l’ultimo bottone della camicia, poco prima di sistemarmi i capelli, poco prima ancora di indossare un paio di occhiaie e dirmi ok, si comincia.

Un cappuccino gigante, targato “come al solito”, un croissant rubato ad un futuro cliente e un succo tutto in un sorso. Mi rimbocco le maniche e mi racconto che sono pronto. Solita routine.

Invece no. Oggi il manager mi spedisce a collaborare con quelli del reparto informatico, per gli amici IT, che detta così sembra una cosa figa, mentre in realtà, quello che vi sto tacendo è che la mia parte di collaborazione prevede che il sottoscritto si trascini un carrello carico di prodotti da minibar, entri in ogni stanza, posizioni i prodotti nel frigo del minibar e sullo scaffale, squilli a Sam, attenda la chiamata di Sam, dire a Sam che sono pronto, spostare i prodotti che mi dice Sam, rimetterli a posto cinque secondi dopo, ricevere un ok, salutare Sam, riprendere tutti i prodotti, rimetterli sul carrello, uscire dalla stanza ed entrare in quella successiva. Tutto questo per trenta stanze in due piani.

Ora, la domanda che tutti avranno in testa a questo punto sarà: “nel minibar c’era anche qualche uovo?” No ragazzi, niente uova.

Sam, invece, è quello del famoso reparto IT, che svolge il cinque% della collaborazione di questa mattina, standosene seduto nel suo ufficio a controllare che sullo schermo si accendano le luci di “prodotto mancante” (quando io lo sto spostando) e si spengano cinque secondi dopo (quando io lo riposiziono). Un intervallo maggiore equivale ad un prodotto preso e consumato dal cliente e quindi caricato direttamente sul conto. Ovviamente, se tu sei il cliente e, mentre leggi l’etichetta del prodotto vieni distratto dall’amante, finendo così per rimetterlo a posto due minuti dopo, non frega un cazzo a nessuno. Per Sam e le sue lucine, quel prodotto te lo sei pappato e, di conseguenza, va pagato. Il consiglio quindi, è quello di aspettare che l’amante sia in doccia per controllare il minibar. Nel frattempo, mi ero così stancato di alzarmi e abbassarmi sulle gambe per rifornire un frigo ad altezza cane, da sperare ardentemente che non mi venisse una sciolta per non dovermi alzare e sedere sul cesso per ore. E, ovviamente, anche perchè una sciolta è sempre qualcosa che ti rovina i piani, compresi quei piani che prevedono di non fare assolutamente nulla.

Pazienza. Durante questa preziosa collaborazione con “quelli dell’IT”, che finirà sicuramente nel mio curriculum invisibile, mi consolo al pensiero della serata in arrivo, spesa tra le foglioline di menta di vari mojito sorseggiati nelle contestate luci di Kings Cross, in questo autunno travestito da fine estate.

Turno finito, niente sciolta in arrivo e piani a base di pisolino rigenerante, doccia e uno sguardo ad uno specchio dove c’è un tipo che fa sì con la testa. Un cenno d’intesa, indosso le mie occhiaie da sera e via, direzione city, dove poco dopo arrivo all’appuntamento concordato, pronto per una sessione di Kings Cross che mantenga le promesse.

Il locale scelto è il famoso Gold Fish che, come tutti i cocktail bar che si rispettino, è fornito di un ampio bagno.

Ora, tutti quelli che sono maschi o che lo sono stati (oggigiorno non si può mai sapere a cosa ti porta la vita) sapranno sicuramente di cosa sto parlando quando mi riferisco ai quei bagni a muro che consistono in una lastra di metallo su cui scorre dell’acqua, che finisce in una stretta e lunga vasca di raccolta, che a sua volta confluisce l’urina di tutti negli scarichi. Così come tutti sanno che in queste vasche sono depositate delle saponette che saponette non sono, perchè sono composti chimici che disinfettano e deodorano “l’ambiente”. O almeno ci provano, nella maggior parte dei casi senza riuscirci, limitandosi a galleggiare su uno strato di urina alcolica stagnante.

Una tale premessa era di vitale importanza per farvi capire la mia sorpresa quando, nel mezzo di un accuratissimo lavaggio mani, vedo entrare un soggetto con un passato decisamente migliore del presente, per poi vederlo dirigersi verso questo bagno a muro sopra citato. In quel momento non sapevo che il suo presente era decisamente migliore del suo futuro, specialmente di quello collocato nei successivi due minuti.

E’ in questo spazio di tempo, infatti, che il soggetto si gioca l’ultima goccia della sua dignità consumata ad ampi sorsi di birra, afferrando con le mani una di quelle “saponette”, avendo cura di intingerla per bene e poi usarla per lavarsi le mani.

Io, dal canto mio, alla vista di tale scena metto in dubbio che uno specchio possa rimandarmi esattamente l’immagine riflessa, per cui mi giro per assicurarmi del tutto. Ed eccolo lì, Mister Una Vita in Salita 2012, tutto preso nel suo strofinarsi mani e saponetta, per poi risciacquarsi abbondantemente in quella “acqua” sul fondo, gentilmente lasciata a disposizione per chi fosse interessato a contrarre diverse malattie senza nemmeno essersela spassata in qualche vicolo.

Provate voi, poi, a spiegare al medico che avete contratto quelle varie malattie, tutte insieme, non perchè avete fatto sesso non protetto, ma perchè vi siete lavati le mani in una vasca di piscio, con saponette chimiche altrettanto piene di piscio e che, dopo aver fatto questo, vi siete presi anche la briga di asciugarvi, perchè tempo fa, da qualche parte su Focus avete letto che uscire da un bagno pubblico con le mani bagnate significa portarsi dietro una vagonata di batteri. E magari, ora che avete scaricato la vescica e vi sentite rinati, vi sedete al bar per un altro drink, mentre aspettate il quale pescate qualche nocciolina tra quelle a disposizione di tutti…

Scommetto che ora l’idea di mangiare mestruazioni di gallina non vi fa poi così schifo.

Esco dal bagno in evidente stato di shock, raggiungo il tavolo e decido di dimenticare. Almeno per quella sera. Dal giorno dopo riporterò tutto alla coscienza, chiuso tra gli spazi protetti di casa, dove quella che sembra una saponetta è davvero una saponetta, l’acqua è acqua e lavandino e cesso sono due cose ben distinte. Per ora, godiamoci la serata e chiudiamo per sempre con le noccioline da bar.

La serata infatti fila via molto piacevolmente, andando a concludersi in un McDonald poco distante, dove fare il pieno di cose solide.

Bella serata e bella nottata, che una sparatoria, un ferito grave e un arresto a pochi metri dal nostro tavolo non sono riusciti a rovinare. Probabilmente perchè in quel momento eravamo già andati via da quasi mezz’ora. Leggere di tutto questo la mattina dopo, mentre nelle foto del fattaccio si vede benissimo quello che era il tuo tavolo, fa un certo effetto. Certo, non che siano volati proiettili vaganti in stile “Un tranquillo weekend a Bagdad”, ma diciamocelo, l’idea di sorseggiare mojito a pochi metri da una sparatoria tra guardie e ladri non è il massimo delle situazioni. Nemmeno se quello stesso mojito era maledettamente ben fatto.

Mi lascio andare ad ipotesi sul “come sarebbe stato se fossimo stati la…”, “cosa sarebbe successo se per caso…”, passando poi per un “però dai, una sparatoria alla fine non me la sono mai vista…”, “una ci potrebbe pure stare, sai che figata…”. E mezzo sognante vengo sorpreso, con violenza e del tutto indifeso, dal ricordo, ora vivido più che mai, di un disgraziato che si lava le mani in piscio misto con contorno di gonorrea.

Indeciso tra un mezzo sorriso e un sospiro di rassegnazione, distolgo lo sguardo dalle notizie online e guardo la città fuori dalla finestra, attraverso una pioggia sottile che tanto si presta ad un giorno di riposo in compagnia di un buon libro. Prima però, viene la colazione.

Mi sa che mi faccio un paio di uova.

  • Oh My God…L’immagine di uno che si lava le mani nell’urina di una moltitudine di estranei penso sia una di quelle scene che ti segnano a vita! Forza e coraggio, qualche anno di terapia da un bravo Psicologo e passa tutto! 😀
    Comunque grandissimo post come sempre!

    • grazie Dario…
      in effetti ho fatto terapia a base di mojito. Solo che è una di quelle a breve termine…
      Pazienza, ora so come attaccare bottone se vedo una tipa mangiare noccioline al bar.

      • Eh si sono proprio quelle storielle che ti fanno conquistare una bella donzella! Io cambierei bar però…sai com’è, il tipo che si lava nell’urina,la sparatoia mancata…A volte il karma ti manda dei segnali precisi, molto precisi e piuttosto pericolosi! 😀