Life is a car

Life is a car

Alla fine, dopo tanto cercare, un lavoro mi ha trovato.
Sempre detto, stai fermo al tuo posto e qualcosa di sicuro ti capiterà. Tutta la storia di darsi da fare, mandare curriculum e farsi vedere è una puttanata.
Devi solo coltivare contatti e prima o poi qualcuno verrà ad offrirvi qualcosa per cui verrete pagati.
Ok, non seguite il consiglio se non siete stramaledettamente fortunati.
Detto questo, ecco più o meno come è andata.
L’altro ieri mattina entro a scuola, prendo posto, indosso la faccia meno smunta che trovo e mi preparo per la lezione. Mi viene proposto un lavoro che non stavo cercando, ma va bene, proviamo. Detto fatto, il pomeriggio mi ritrovo in pantaloncini e camicia che più sbragata significa homeless, sneakers blu fiammanti visibili dallo spazio, fresco come mummia sotto il sole, ad un colloquio. Primo colloquio in Australia + primo colloquio in inglese. Suona male. Alla fine va bene.
Il responsabile mi chiede qualifiche varie, rispondo e si scusa per il lavoro che mi propone.
Rifacciamo.
Spiaccico in faccia qualifiche assortite, lui ride imbarazzato e mi avvisa un paio di volte che il lavoro non richiede tutto quello che offro. Rispondo che mi va benissimo, per adesso mi va bene così e altri sinonimi che pesco in qualche neurone.
Mi illustra il lavoro e alla fine, mi chiede se può andare… Mi giro per vedere se per caso mi sono fatto un trip e il tipo magari sta parlando con qualcun’altro che non ho visto. O magari all’ultimo party sono passato a miglior vita addormentandomi sopra ad un barbecue, andandomene in una gloriosa palla di fuoco reperibile su youtube e ora nessuno può vedermi. Invece mi vede eccome. Mi chiede anche se per me va bene indossare pantaloni eleganti, camicia, scarpe nere e cravatta. Qui apriamo una piccola parentesi.
Non ho mai indossato una cravatta in vita mia e mi ritrovo a farlo qui. Fantasticavo di lavorare in infradito e filo interdentale ancora appeso ai denti e invece mi ritrovo in cravatta.
Ok, rispondo con un no worries. Procediamo.
Il lavoro consiste nello tirarsi a lucido come se dovessi partecipare ad uno speed date, andare in City, entrare in un grattacielo fronte Harbour, arrivare al piano interessato e iniziare un turno di quattro barra cinque ore a base di spostamento sedie, sistemazione Conference Room e riempimento caraffe d’acqua. Ovviamente solo tra una conferenza e l’altra perchè, durante, puoi anche tranquillamente sederti, ingozzarti di sandwiches o parlare con la collega Fijiana, che quando non è impegnata a farmi ridere, ride.
Comunque, il colloquio fila via liscio, specialmente dopo che assicuro al mio interlocutore che per me il lavoro va bene. Più volte.
Colloquio finito, posso tornare il giorno dopo.
Ho sempre pensato che chiedere dove sia il cesso dopo un colloquio non sia il massimo. Se ci pensate bene troverete che non c’è niente di male, è semplicemente un bisogno naturale che si manifesta quando vuole, ma se ci pensate un pò meglio forse potrete cogliere che passare una mezz’ora tentando di fare la migliore impressione possibile ad uno sconosciuto per poi chiedere dove andare a pisciare, forse stona.
Questo spiega perchè mi sono trattenuto per ben due ore e anche perchè i miei coinquilini hanno visto una specie di ombra sfrecciare in casa e la porta del cesso chiudersi come spinta dal vento. Dopo quarantadue secondi di fisiologia spinta, molto spinta, posso finalmente rilassarmi e dire che vivo e lavoro a Sydney. Devo solo comprare una cravatta. Per non parlare di ricordare come si annoda.
Nel frattempo mi godo la prima Primavera australiana.
Per la prima volta mi sto abbronzando senza rendermene conto, semplicemente camminando per strada o stando due ore all’aperto. Il sole australiano è decisamente più cattivo del nostro e se non stai attento ti fa tornare a casa rincoglionito. Alcuni dicono con un cancro.
Guardandomi allo specchio e vedendo un minimo di colorito penso che forse sono finiti i tempi di abbronzature a base di controllatissime esposizioni e ancora meglio, dormite in piedi a causa di ustioni multiple fronte-retro. Specialmente se cammini per tre ore costeggiando l’oceano, da Bondi Beach a Coogee. Il paesaggio è dei migliori.
Il sentiero si snoda seguendo la linea della scogliera, da un lato l’oceano e dall’altro talvolta natura fitta, talvolta spazi aperti. Arrivi perfino a chiederti dove siano i quasi cinque milioni di abitanti di Sydney, visto che in giro spesso non c’è quasi nessuno. O forse lo spazio a disposizione è talmente tanto, per tutti, che ne viene fuori una soluzione di umani molto diluita in tanta natura. Tre ore in tutto, nemmeno sentite.

Rientro a casa convinto di buttarmi in doccia ancora vestito e rimanerci per qualche ora, prendendo appunti sulla giornata appena trascorsa, ma quando apro la porta vengo investito da musica, rumore di birre, odore di divertimento, ma soprattutto di pietanze brasiliane ancora calde che mi girano davanti agli occhi. La doccia può aspettare, anche perchè non ho tanta scelta. Ok, anche stasera serata allegra. Anche stasera serata vera, anche facendo il cosiddetto niente di che. Tutto questo aspettando il weekend, che si preannuncia speso nel già citato quartiere di Kings Cross, per gli amici il Cross.
Se per caso vi ritrovate a svegliarvi dopo dodici anni di coma, qui a Sydney e non sapete come distinguere in che giorno siete, fatevi portare nella stazione metro di Cross. Se tutto quello che vedete sono tacchi alti, minigonne e cani antidroga, allora probabilmente è venerdì o sabato. Se invece non c’è anima viva allora è uno degli altri giorni.
Non molto accurato, ma mi sembrava un ottimo modo per scrivere qualche riga.

Festicciola domestica, pensieri positivi e mettiamo in fila un altro giorno. Per ora le cose stanno andando bene e mi sembra di essere nella famosa tabella di marcia.
La vita è una macchina, è finalmente sto guidando io.
Lif3.zero, see ya mates.

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