Lifestyle: Sport

Lifestyle: Sport

Quando ti arriva una gomitata in testa, capisci che “elbow”, alla fine, voleva dire proprio “gomito”.
Questo è uno degli insegnamenti che mi porto a casa dalla prima lezione di thai boxe in Sydney.
Per i sorrisi della banda di australiani presenti e per un italianissimo “porca troia” sparato a tutto volume tra un sacco e l’altro.
Vabbè, anche questo è inglese, anzi australiano, quell’australiano che se ti dicono “si ia leide”, significa che “ci vediamo dopo”, ovviamente seguito da un ciungosissimo Mate.
Fantastico.
Lunedì quindi prima lezione, entro nella palestra dove in 13 secondi mi spillano 20 dollari per la prima settimana e poi mi indicano cortesemente il bordo del ring. Benvenuti nello spogliatoio, take it easy.
Mi assegnano un paio di guanti usati (molto, molto usati), che ad un primo sguardo non sembrano nemmeno male, ma che ad una prima annusata mi riportano alla mente le seguenti immagini truci:
– Mordor in una giornata d’afa.
– un cimitero bombardato, con cadaveri riemersi in superficie;
– una fiorentina dimenticata sotto il sole di ferragosto;
– un trapianto a cielo aperto;
– me stesso dopo la lezione;
Scuoto il guantone aspettandomi di vedere la mano di uno zombi, ma nulla. Ok. Infilo il tutto, mi godo il molliccio all’interno e penso a spiagge lontane. La sensazione è esattamente quella di infilare la mano dentro il culo di una vacca e muovere le dita per trovare la posizione migliore.
L’allenamento fila via liscio, dopo due sfiorati infarti, il già detto gomito in testa e un piccolo saltino negli sconosciuti antri dell’apnea più spinta.
Sono decisamente fuori forma, come testimoniano le sfumature di grigio che mi rimanda lo specchio, ma si sa, la prima è sempre la più difficile.
Ora il problema è pensare a tutto un sistema di carrucole per tirarmi su dal letto nei prossimi giorni, dopo notti in semi-coma a sfornare acido lattico.
Lezione finita, ritorno a casa addirittura a piedi e sfioro la Santificazione passando imperterrito davanti a diverse pizzerie, indian-food shop, thai-food shop, chinese-food shop, qualsiasi-cosa shop, purchè-sia-fritta-unta-e-gustosa shop. Devo resistere. Già mi vedo tonico, uscire dalla palestra e fare un salto in spiaggia per una nuotatina, magari anche per prendere un po di sole e passare dal grigio al bianco.. Madre Natura deve essersi distratta un attimo mentre scriveva il dna della mia carnagione. O magari era gravida con una voglia di cocaina.
In compenso ho un gran paio di scarpe da corsa.
Altra esperienza da mandare le sopracciglia a limonare con l’attaccatura dei capelli per la perplessità.
Quando decidi di comprare un paio di scarpe da corsa, parti fiducioso che la ruota degli eventi seguirà un percorso preciso: entri nel negozio, curiosi un pò, pensi alla frase in inglese, decidi un paio di modelli, chiedi al commesso, le provi, decidi, paghi, esci.
Col cazzo.
Nel mio caso la suddetta ruota ha inchiodato senza vaselina al “curiosi un pò”; una commessa mi prende in un momento mistico (conversione mentale dollari-euro), chiedendomi in australiano stretto se può essermi di aiuto.
Rumore di gabbiani all’alba, vento tra gli alberi, ed encefalogramma piatto.
Capisco con tre secondi di ritardo, abbastanza da far pensare alla commessa se sono straniero o ritardato, dubbio che scompare con la mia risposta…
In stile dopo-sbronza, biascico che sì, cerco un paio di scarpe da corsa.
E’ qui che scopro l’esistenza di un mondo parallelo. Quando la commessa capisce che si tratta di scarpe da corsa, mi reindirizza ad un collega che mi chiede da quanto corro, quanti km faccio, che tipo di terreno incontro. Non mi chiede il numero. In compenso mi chiede di togliermi le scarpe e alzare l’orlo dei pantaloni. Dalla tasca posteriore che hanno tutti i cartoni animati tira fuori un aggeggio di metallo con cui prende le misure esatte del piede, lunghezza, larghezza, curve, contro-curve, avvallamenti vari e decisamente nessuna pedicure. Scopro così che ho un piede leggermente più lungo dell’altro. Arriva anche a convenire con me che ho i piedi più piatti di un encefalogramma di Senna. Ok, mi porta quindi ad una pedana, dove dopo aver trafficato con qualche pulsante mi informa della mia esatta distribuzione del peso sui piedi e allora, solo allora, non prima, mi consiglia la scarpa adatta. Dopo tutto questo ti aspetti una scarpa che ti organizzi le giornate e ti dia anche qualche consiglio su come socializzare durante una corsa.
Invece mi ricordo solo i trecentoventiqualcosa dollari del prezzo. Alla vista del numero, tutto l’idilio della scena svanisce nel vento come una palla di muco sparata da un giocatore in campo.
Comunico al tipo il mio budget e lo vedo letteralmente farsi triste. Forse avrà avuto l’ennesimo indizio che la sua laurea in Piedi non attacca.
Fantastico però.
Chissà che cosa succede quando chiedi un paio di mutande.

  • 130 se non ricordo male…e funzionano ancora….

  • ma alla fine quanto hai speso?

  • la laurea in Piedi!!?? Troppo forte :D:DMi sbellico a manetta! :)p.s. io non mi farei certe domande (v. ultima frase)…take it easy 😉