Melbs (parte 2)

Melbs (parte 2)

La mattina seguente mi sveglio con un rutto.

Cose che capitano quando si divide la stanza con altre sette persone, provenienti da un’infanzia sconosciuta, ma ben evidente nei loro gesti e comportamenti. Di Pascal si è già detto abbastanza, anche se mentre lo osservo dormire mi rimangio subito questo pensiero: la posizione che le sue ottanta birre gli hanno fatto assumere a letto, più che quella di chi dorme, sembra quella di un manichino dei crash-test. Ovviamente dopo il test. Poi abbiamo un altro soggetto, che mi fa scoprire un nuovo modo per ottimizzare il momento-doccia negli ostelli. Questo individuo, pur di risparmiare tempo altrimenti tolto all’alcol, decide che la sequenza logica spogliarsi-docciarsi-tornare in camera-rivestirsi è ormai obsoleta e quindi, immagino dopo attente analisi costi-benefici, intraprende una via alternativa: dopo una giornata spesa a sudare in giro per Melbourne, arriva in camera, si mette i vestiti nuovi e poi fila in doccia, in modo che una volta finita quella, i vestiti nuovi siano già pronti a portata di braccio. Ora, se anche uno dei vostri occhi è più aperto dell’altro o se sono tutti e due socchiusi nella tipica espressione del dubbio o del maccheccazzo, allora siete sulla mia stessa barca. In ogni caso, chi siamo noi per mettere in dubbio una strategia di sopravvivenza elaborata in anni e anni di adattamento? E poi, non vorrei mai ritrovarmi alle prese con un’altra crisi da arginare a colpi di take it easy.

Guardo l’orologio. Ore 8,30.

Rimarrei volentieri a letto, ma sento che mi perderei ore preziose dei pochi giorni che ho a Melbs, per cui, complice anche le convulsioni di cui soffre il tipo del letto di sopra, decido di alzarmi e ricominciare l’esplorazione.

Alle 9,30, fresco come un fiore (chiuso in un libro) varco la porta dell’ostello in cerca di un tavolino e di una colazione posata sopra. Non che cercassi la colazione avanzata da altri, sia chiaro, era solo un modo carino di illustrare il mio intento.

Zaino in spalla, risvolto ai pantaloncini per ustionarsi meglio, un pigiama di crema protettiva e via, con un arretrato di sonno che non sparisce mai, ma con l’entusiasmo di avere una nuova città ancora da vedere. Il tempo è splendido e dalla mia prospettiva sembra che tutte le nuvole d’Australia si siano date appuntamento altrove, di sicuro non a Melbs, dove anche oggi splende un sole accecante e il cielo è blu, blu Australia.

Questa volta, copro il tragitto ostello-centro più lentamente, osservando tutte le vetrine che incontro, alla ricerca di un posto in cui fermarmi per mandare giù il solito litro di cappuccino. Alla fine, dopo dieci minuti, vengo catturato da un bar in stile retrò, dove tutti i chicchi di caffè sono in vista, raccolti in barattoli di metallo, dove il cibo te lo confezionano in carta marrone, quella tipica del pane e dove la macchina del caffè non ha mille pulsanti e luci, ma leve e manopole e il vapore esce costante tra mille sbuffi, caffè dopo caffè, lasciando nell’aria quel profumo che vorresti sentire mentre ancora sei a letto, ma che ci sta benissimo anche all’ombra arieggiata di una via di Melbourne, in una mattina in cui fretta non ne hai e quello che farai è solo quello che vuoi.

Il secondo giorno in una città nuova è troppo presto per formulare giudizi, ma non certo per le impressioni. Apro quindi una nota mentale sull’atteggiamento della gente di Melbs e mi riservo di riprenderla più avanti. Nel frattempo, mi appoggio alla sedia e aspetto la mia colazione ordinata al banco.

Quando arrivi a Sydney, la prima cosa che ti consigliano è di andare ovunque. In mezzo a questo ovunque c’è anche la famosa Bondi Beach. Qui a Melbourne Bondi Beach non c’è, in compenso hanno St. Kilda, una località di mare, non proprio parte di Melbourne, a sud della città. La giornata tersa e i postumi dell’esplorazione del giorno prima, mi fanno decidere per una capatina in spiaggia, anche perchè è comunque una zona da vedere. Mentre sorseggio il cappuccino, dunque, già mi vedo abbronzarmi finalmente anche sotto il collo e tra mille spruzzi mentre mi godo il mare.

E’ a questo punto che, ancora una volta, passo da “sto giro lo zaino è perfetto” a “mi sono portato solo cazzate” realizzando che ho lasciato a marcire sullo stendi-panni telo mare e costume. Poco male. Aggiungerò altri risvolti ai pantaloncini e rimanderò il bagno a tempi migliori. Dopo aver capito la direzione da prendere, mi godo il viaggio in tram col naso incollato al finestrino.

Sei li che osservi tutto quello che puoi e parli da solo commentando quello che vedi (lo fate tutti vero?), mentre alla mia destra mi arriva uno spintone che non avevo messo in programma. Mi giro con la faccia da tranquillo, tutto ok, aspettandomi il solito Sorry mate, invece mi ritrovo davanti un energumeno in avanzato stato di decomposizione, come non lo sarebbe nemmeno Whitney Houston se la tirassero fuori ora.

A turbarmi, non è tanto lo spintone e il grugnito seguente che prendo come un sorry mate, e nemmeno il rimasuglio di uno starnuto che si è dimenticato di spiaccicarsi chissà dove e che, invece, gli si è seccato sul mento, tra un ciuffo di barba e un piercing. A turbarmi, non è neanche la mano aggrovigliata alla sbarra a cinque centimetri da me, su cui posso distintamente vedere la non disponibilità di posate, così come non mi turba il continuo dondolio del soggetto che lascia tutti in attesa di vedere su chi deciderà di collassare tra i presenti. Quello che mi turba è invece l’odore, che una persona con molto, molto più tatto di me potrebbe definire di vento-e-pioggia, ma che preferisco ricordare come un insieme di caccia-e-pesca, mi-sporco-ma-non-mi-lavo e la-carta-igienica-questa-sconosciuta. Cerco quindi di scacciare immagini di sciacalli che masticano carcasse putride, sotto la luce di un sole rosso sangue in un mondo ormai in pasto alla fame e al caos, quando finalmente arrivo alla mia fermata e, complice la frenata del tram, Mister Sporco 2012 barcolla in avanti lasciandomi lo spazio di scendere. Eccomi arrivato nei pressi della spiaggia.

L’impatto è molto diverso da quello che si ha a Bondi Beach. La zona è tranquillissima (anime vive: 2) e la strada che ancora mi separa dalla spiaggia è completamente deserta salvo qualche macchina sporadica. I negozi e i locali, però, sono tutti aperti, anche se nella maggioranza di essi non c’è nessuno a consumare quello che offrono. Cammino assaporando comunque l’odore del mare e il panorama, che seppur diverso da quello modaiolo di Bondi, si fa comunque apprezzare. Barche ormeggiate al pontile, i riflessi del sole, una spiaggia intera a tua disposizione e locali piacevolmente posti in riva al mare, dove gustarsi da bere o un pranzo intero, mentre oziosi ci si gode il momento e la vista. Il mare è calmo, essendo per la maggior parte circondato da una striscia di terra. Onde assenti e di conseguenza assenti i surfisti, così come lo sono scogli, insenature e scogliere su cui camminare. La spiaggia di Melbourne, o meglio di St. Kilda, è una lunga striscia di sabbia, nemmeno troppo larga, che offre un bagno di sole alla gente del posto, che, si spera, sia presente almeno nei weekend. Cammino per il lungo tratto che separa due pontili, scatto qualche foto e mi avvio verso la via “in centro”, popolata da locali fronte spiaggia, botteghe e gelaterie. Il giorno ci mette un pò a diventare sera, ma nel frattempo, assecondo il ritmo del posto e rallento, mi godo sole e qualche zona d’ombra, un gelato e poi il tram di ritorno. Penso già alla serata, in compagnia di amici, alla ricerca di qualche locale di Melbs.

Tappa in ostello, per doccia e cambio, tutto eseguito alla massima velocità sia per l’appuntamento preso, ma anche per evitare di incrociare il caro, fuso, Pascal, che intravedo nel soggiorno dell’ostello con una bottiglia in mano, mentre esco di nuovo in strada. Prevedo cuscini bagnati dalle lacrime e il suono distinto di una dignità perduta.

Serata trascorsa a ritmo leggero, sorseggiando una birra qua e la, entrando e uscendo da diversi locali. Uno di questi, ci costringe a salire non una, non due, non tre, ma otto rampe di scale, prima di arrivare al bancone del bar. Mi viene il sospetto che sia tutto voluto per farti desiderare la birra più grande che hanno, mentre avvolgendoti la lingua intorno alla vita, avanzi a passi incerti verso il barista. Però, devo dire, ne è valsa la pena. Dopo aver recuperato la vista a colori, la posizione bipede e aver finalmente chiuso la bocca, mi guardo attorno e non posso fare a meno di gradire il posto: le scale ci hanno fatto alzare di un bel pò sopra la città, anche se non quanto un grattacielo, ma il risultato è che ora siamo su un terrazzo panoramico, circondato dalle luci di Melbs, in pieno stile caraibico. Dopo questa e altre due tappe in una Melbourne semi deserta in questa serata di metà settimana, rientro in ostello, dove, dopo una doccia rinfrescante, mi lascio andare a qualche ora di riposo.

Il programma di domani prevede di nuovo il girovagare in città, in zone meno centrali, ma di sicuro interesse. Chiudo gli occhi e mi godo una stanza insolitamente poco popolata e silenziosa, mentre fuori si alza il vento australiano che non manca mai di dire la sua. Il secondo giorno è andato e il weekend si avvicina; chissà cos’ha da offrire in questa città così diversa da Sydney, ma che piano piano, a modo suo, si sta facendo piacere. Sorrido alla giornata andata e prendo un bel respiro.

A domani Melbs.

(continua…)

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  • Giulia

    dimmi che nella terza parte ritrovi le due biondissime Kate(s) e…. 🙂

    • piccolo spoiler: purtroppo no… 🙁

  • Wow…ho scoperto il tuo blog per caso, leggendo su internet, visto che tra poco partirò anche io, destinazione sydney…e ti devo dire che sta diventando come una droga! Forse perchè tra qualche mese, sarò li anche io a vivere in prima persona, queste emozioni…sto andando a ritroso e leggo tutti i tuoi post, con curiosità ma anche con ammirazione! Aspetto di sapere come va a finire domani a Melbs!

    • grazie Dario,
      aggiornamenti al più presto sulla fine della trilogia 😉

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