Mi siedo e penso. I dettagli, lo sfondo e altre cose…

Mi siedo e penso. I dettagli, lo sfondo e altre cose…

In quelle rarissime occasioni che mi ritrovo un giorno completamente libero per le mani, dormo fino a metà mattina e, dopo una doccia esageratamente lunga e bollente, infilo le mie cose nello zaino e mi avvio in giro per la città.
A non dover mancare mai, là dietro sulla mia schiena, sono oggetti come la fotocamera, l’iPad, un paio di libri e, soprattutto, la mia agenda.
In pratica, l’equipaggiamento necessario a rendermi assolutamente “operativo” anche fuori porta, non si sa mai voglia leggere qualcosa al sole/scrivere un pezzo di getto/cazzeggiare su internet/perdere tutto su qualche autobus e divertirmi un sacco nella disperata ricerca.

Molto spesso capita che mi diriga verso Watsons Bay.
Watsons Bay  è un posto che mi rilassa sempre.
Si trova laggiù in fondo, dove il profilo di terra si apre in un’insenatura e fa entrare l’oceano, via via sempre più dentro, fino ad arrivare sotto casa mia.
Si trova lassù, arrampicata sopra la scogliera, dove dietro hai l’Australia intera e davanti il resto del mondo e il tuo sguardo si perde così lontano tra le onde, che se non stai attento vorresti non smettere mai di guardare.

Per arrivarci puoi scegliere tra autobus e traghetto, che qui chiamano Ferry e che chiamarlo così fa tanto Grey’s Anatomy.
Io scelgo sempre la seconda opzione, preferendo godermi il mai noioso viaggio sull’acqua, mentre puoi lasciarti cullare dal movimento delle onde o piazzarti all’esterno e goderti il panorama di una Sydney che si allontana sempre di più.
Se non ti basta questo, potresti sempre farti investire dagli spruzzi gelidi e attendere comodamente sul cesso più vicino che la tua gita fuori porta si trasformi in una giornata di merda.

Accade in questi frangenti che mi accoccolo sul seggiolino più isolato che trovo, infilo la faccia più “lasciatemi fare i cazzi miei” e penso.
Ed è esattamente qui che sbaglio.

Mettiamo che sono lì, con i miei pensieri accuratamente lasciati in disordine nell’angolo più remoto di casa mia, la faccia al finestrino e l’occhio sempre vigile, ma impegnato a correre da un dettaglio all’altro, da un colore ad un altro, a seguire il volo di un gabbiano o la schiuma delle onde. Mettiamo che sono lì, con lo stato d’animo tendente a “sto da dio”, con la bocca chiusa che sembra un sorriso e con lo sguardo perso e rilassato, che molti però confondono con “cazzo che pera che mi sono sparato”.

In questi momenti sono il benessere fatto persona, talmente rilassato da sfiorare lo Zen, talmente libero da pensieri che non mi disturberebbe nemmeno sapere che la notizia del giorno è che Del Piero ora gioca per la squadra di Sydney.

Poi, però, accade.
Accade sempre che in tanto idilio, si insinui un pensiero cinico, una sorsata di sarcasmo e irriverenza, che quasi mi viene voglia di prendere appunti e rileggermi ancora e ancora.
E’ in questi momenti, in cui mi gusto le bellezze che mi circondano che penso a qualcosa in particolare, partendo da una semplice considerazione e finendo con il cinismo più spinto, che viene fuori così, senza bussare.

Il ferry arriva a destinazione, svuota il suo carico di persone sul pontile dondolante di Watsons Bay, fa il pieno di persone dirette alla city e riparte e tu rimani li, con la tua porzione di vento in faccia, il sole tutto intorno e una distesa di verde e alberi davanti, una striscia di spiaggia proprio sotto di te e un Bentornato a Watsons Bay, che quello non stona mai.
Ti sistemi lo zaino sulle spalle, metti il primo passo dietro un altro e un altro ancora e ti avvi assecondando il sentiero che porta alla scogliera, ricordandoti di girarti di tanto in tanto e baciare con gli occhi una Sydney distesa laggiù, sotto le nuvole.
Arrivi in cima e l’unica cosa che ti rimane da fare è guardare.
Guarda più che puoi, l’oceano che da ovunque arriva proprio li, le onde laggiù che si rincorrono, il sole che illumina tutto a modo suo e un pappagallo che ogni tanto si lancia nel vuoto.
Cazzo, l’avrà sicuramente visto fare.
In altre parti del mondo imparano a parlare sentendoci, qui si buttano nel vuoto dopo averci visto.
Eh già, perchè come conferma il cartello vicino a me, quel preciso posto è famoso per essere il luogo prescelto da aspiranti ed esperti suicidi di ogni genere.
Ovviamente, come recita il cartello esposto, se ti lanci nel vuoto rischi di prendere la multa, ma la maggior parte delle persone non ci pensa, impegnate come sono a farsi ritrovare sottoforma di Simmenthal, o a diventare subito plancton  – dipende dal modo in cui ti sfracelli e da fattori come peso, velocità, angolo di impatto, ecc. ecc. –  laggiù in fondo dove l’oceano entra nella terra d’Australia.

Proseguo la mia camminata lungo la scogliera, faccio il pieno di vento e mi godo il panorama, che fa di tutto per distrarti dalle preoccupazioni e finisce sempre, con piacere, per vincere.

Mi guardo intorno in cerca di un dettaglio nuovo, un angolo che la volta prima mi era sfuggito o semplicemente un nuovo modo di guardare lo stesso posto.
Cammino senza meta, lungo il sentiero che porta sempre più in alto e poi di ritorno, verso il parco verdissimo che si apre di fronte alle acque tranquille della piccola baia.
Cammino senza niente di preciso in mente, fino a quando non mi viene in mente qualcosa.

La famiglia indiana posa felice e gaia, con pargoli al completo, di fronte ad una macchina fotografica piazzata poco più in là.
Il padre della situazione, dopo infiniti settaggi e messe a punto, corre verso mamma e bimbi assortiti, si fa comparire un sorriso adatto e attende l’autoscatto impostato con cura.
Tutto è perfetto: la luce e le ombre, i riflessi e i colori, i dettagli e lo sfondo.
Appunto, lo sfondo.
Lo sfondo ha la noiosa caratteristica di starsene immobile e identico ad ogni scatto, senza muoversi, senza cambiare.
Lo sfondo è lì, a dare bella mostra di sè in decine e decine di scatti tutti uguali: padre-madre-pargoli-sorriso di plastica-bella giornata a watsons bay.jpeg

Sull sfondo però ci sono anch’io.
E sinceramente, mi sono rotto il cazzo di comparire in mille foto turistiche sparse per Sydney. Anche perchè, mi ritrovo ad essere vestito sempre allo stesso modo nelle mie gite fuori porta, per un fattore di comodità e di mi-piace-quella-combinazione.
Solo che così facendo, risulto sullo sfondo di mille e mille foto in altrettanti posti diversi e non vorrei che qualcuno, nel futuro, osservasse quello strano personaggio che ricorre sempre vestito uguale e da lì ne venisse fuori una teoria dell’assurdo, del tipo chi è l’uomo misterioso immortalato in queste immagini provenienti tutte da persone diverse?  Sarebbe una stupenda puntata di Mistero.

Dopo un pomeriggio passato a girovagare senza meta, abbronzato abbastanza da sembrare terrestre, aspetto paziente l’arrivo del ferry che mi riporterà in città, godendomi il rumore delle onde che arrivano precedendo lo scafo in lento avvicinamento.

Prendo posto su uno dei sedili vicino al finestrino e mi godo il panorama di rientro.
Un soffio di vento, entrato di forza tra le file dei sedili, agita le pagine di un giornale poco distante e quando se ne va, la faccia di Del Piero riprova ad insinuarsi nella mia giornata.

Del Piero.
A vedere il lato romantico della cosa, si direbbe che chiuda la carriera tentando il guizzo finale, portando gloria e fama ad una squadra al di là del mondo.

A vederla a modo mio, probabilmente gli serviva un Visto.
Insomma, a trenta-quasi-quarant’anni, il Working Holiday Visa te lo sogni anche se sai parlare agli uccellini e immagino che lo Student fosse fuori discussione, altrimenti avrebbe dovuto giocare le partite part-time.
E poi, cazzo, non si dice che di studi ne ha a pacchi?

Torno a guardare le luci di Sydney che si avvicina e nel frattempo riguardo le decine di foto che ho scattato durante il giorno.

Il pensiero a questo punto va alla famiglia indiana, probabilmente impegnata a fare lo stesso. I padre-madre-pargoli tutti riuniti intorno allo schermo più grande del momento, tutti intenti ad indicarsi nelle foto e a ridere pensando ai momenti gioiosi trascorsi poco prima, giocando e stando insieme, abbracciandosi ed essendo tanto, ma veramente tanto felici.

Salvo poi rabbuiarsi di colpo, ritrovarsi incazzosi a fissare lo schermo e a chiedersi chi stracazzo sia quel tipo che salta e si sbraccia scomposto sullo sfondo della foto perfetta.jpeg

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