Non aprite quella bocca

Non aprite quella bocca

Organizzare un evento su Facebook tra Italiani è come farlo per alzata di mano con un gruppo di focomelici: non succede un cazzo.
Ad incazzarsi, alla fine, sei solo tu, povero stronzo che pensavi potesse funzionare.

Arrivo a questa lucida constatazione mentre premo il pulsante di chiamata dell’ascensore che mi porta diretto all’inizio del mio turno. All’apertura delle porte mi trovo davanti un “collega” di un altro reparto, impegnato, come me, a trovare il modo di tenersi mentalmente sveglio fino alla fine della giornata. I primi tre secondi sono quelli che reputo la miglior cosa che possa succedere all’interno di un ascensore: silenzio e sguardo fisso al pavimento. Tutto quello che si discosta da questo potrebbe tranquillamente finire catalogato tra le pagine di Cioè, magari nella sezione Domande Stupide&Risposte Peggio Ancora. La conversazione “da ascensore” è quanto di più lontano da una qualsiasi scintilla di intelligenza, anche la più primordiale. Anche la medusa più elementare dovrebbe sentirsi indignata per essere coinvolta in uno di questi scambi, per cui spero con tutte le mie forze in un silenzio rotto soltanto dal cigolio delle funi metalliche, qualche scossone e dal beep di arrivo al piano prescelto. Il fatto, incontestabile, è che questo tipo di conversazione nasce da un presupposto completamente estraneo al bisogno di comunicare, ma trova invece la sua origine dal bisogno di alleviare il disagio del silenzio, aumentato dalla vicinanza forzata ad un estraneo qualsiasi. Che tradotto: si parla a vanvera. La conversazione che parte dal nulla finisce inevitabilmente in ancora meno. Mi godo quindi quei secondi iniziali, sperando ardentemente che durino per tutto il tragitto dal piano terra al secondo. Invece, puntualmente, succede il contrario.

La seguente situazione è realmente accaduta e si ripete praticamente ogni volta che prendo un ascensore a lavoro:

Entro in ascensore con la stessa disposizione a socializzare di un disgraziato appena saltato su una mina, con la faccia che esprime chiaramente un concetto basilare come: facciamo finta di essere invisibili a vicenda e tutto questo finirà presto. Mi rifugio in uno dei miei viaggi mentali e mi concentro su un punto qualsiasi sul pavimento o sul soffitto, cercando con tutte le mie forze di arrivare ad una qualche Verità raggiungibile solo in ambienti ostili. Confido che anche l’altra persona stia facendo lo stesso e invece, puntualmente, vengo smentito e sono di nuovo preda e vittima dell’ennesima conversazione insulsa, che comincia sempre, e quando dico sempre intendo non una statistica tendente alla maggior parte delle volte, ma proprio sempre, di quel sempre che rende perfettamente l’idea di ogni singola, maledetta volta, in questo modo:

Busy? Mi chiede il personaggio di turno, volendo sapere se il mio è un turno di quelli veramente frenetici o se è una giornata tranquilla. Dal canto mio, dando fondo a tutte le capacità di conversazione di cui sono capace, rispondo con il migliore dei miei Yes o No a seconda della situazione. Oppure a seconda della prima risposta che mi viene in mente. A questo punto, il tutto finisce sempre, (anche in questo caso il sempre ha il significato di cui sopra) con una contro-risposta da parte dell’altro che non è nemmeno una parola, ma un mormorio o un borbottio, come a dire: mmmmmm, oooooooooh, aaaaaaaaah. Il tutto si svolge senza che io sposti lo sguardo da dove lo avevo parcheggiato all’inizio e alla fine mi ritrovo sempre con la stessa espressione di Robocop quando si ricorda di chi era veramente.

Ora mi chiedo: perchè? E soprattutto: è normale che mi ritrovi a immaginare scenari di demoni evocati col pensiero, al mio totale servizio, pronti a ridurre in Sushi l’oratore di turno? Credo di si.

Passiamo oltre.

Nelle ultime tre settimane ho fatto il turno dalle 7pm alle 3am, il che spiega l’imminente arrivo di una tuta omaggio da parte della RedBull e fornitura di caffè gratis per un mese. Spiega anche le occhiaie alla Trainspotting e un metabolismo più lento di quello di un corallo. Tuttavia, il turno di notte ha anche i suoi lati positivi, compresi una certa rilassatezza nel lavorare e qualche concessione in più allo staff, come per esempio un pasto cucinato e offerto dallo chef, da gustare durante una pausa fuori programma, seduti alla rinfusa, ognuno nel proprio angolino scoperto dopo molti turni di fila.

Scopri così che chiedere ad un cuoco cinese se il piatto altrettanto cinese appena sfornato è piccante, è come sarebbe stato chiedere a Cristo se quelle spine fossero dolorose come sembravano. Per fare il brillante dirà mah, non tanto e tu risponderai altrettanto splendido ah ok. Lo scenario assume sembianze molto più reali al primo boccone, quando vorresti che qualcuno ti ibernasse all’istante o ti ficcasse in gola un Calippo intero. Sperando che il Giallo-Ittero dei tuoi occhi non tradisca una certa difficoltà, ti avvi verso il retro del bancone bar ostentando un’eleganza visibilmente perduta e, appena fuori dalla vista di tutti, apri la prima lattina presa dal frigo, per poi trangugiare tutto con l’avidità di Tom Hanks in Castaway. Dopo cinque minuti rientri in mezzo agli altri col piatto misteriosamente vuoto. Ricorda sempre di fare i complimenti allo Chef.

Finita la pausa, vengo spedito al controllo dei piani. Chiamo l’ascensore e mi unisco all’umano già all’interno. E ci risiamo: Busy?, No, mmmmmmm. Datemi una spada di fiamme.

Camminare per i piani di un Hotel a notte fonda, potrebbe essere di una noia mortale come riservare sorprese assolutamente precluse a chi lavora nelle ore diurne. Può capitare di incrociare persone che rientrano dopo una serata in city, uscite eleganti e tornate homeless, mentre barcollano verso la propria stanza lasciandosi dietro una scia di vodka-qualcosa. Puoi vedere giovanotti litigare al telefono con la Donna Giusta conosciuta poco prima in un vicolo e uomini d’affari in giacca e cravatta da giorni interi. Ovviamente, molte cose possono anche essere sentite. Una di queste, in particolare, si è discostata in maniera decisa dalla media delle cose che ho visto e sentito nelle mie escursioni notturne.

Mentre mi avvicino a metà corridoio sento l’inconfondibile rumore di un gatto che cerca di far tornare indietro una palla di pelo e merda assortita dall’antro più buio dello stomaco e, ovviamente, non posso fare a meno di chiedermi come sia possibile conciliare un gatto e un corridoio di un hotel di lusso. Perso in queste elucubrazioni arrivo finalmente a girare l’angolo, giusto in tempo per vedere che il gatto non è un gatto, ma un cinese adulto e che la palla di pelo e merda non è una palla di pelo e merda, ma una palla del catarro più denso e tendente al Tifo che un umano possa produrre. Il momento in cui mi materializzo di fronte a Mister Due Etti di Puro Me Stesso coincide con il momento in cui decide che il modo migliore per gestire la cosa è sputarlo nel vaso di fiori decorativi presente nell’atrio degli ascensori. Quel preciso momento coincide anche con il vedere infrangersi, da parte sua, di tutte le speranze di un momento di intimità e solitudine e dal rendersi conto che la moquette attutisce la maggior parte dei passi in avvicinamento. Nel caso specifico i miei. E’ in questi momenti, di pura nudità (da parte sua) e di puro orrore (da parte mia), che gli umani sfoggiano una modalità di comunicazione assolutamente preclusa alla macchina più evoluta: io guardo lui, lui guarda me, io guardo la telecamera posta in alto alle sue spalle, la guarda anche lui vedendola per la prima volta, guarda ancora me e io lascio trasparire, appena percettibile, un ghigno del tipo: benvenuto su Youtube. Secoli e secoli di evoluzione sociale fanno sì che la sua miglior risposta sia quella di estrarre il cellulare e fare una non-chiamata verso un non-qualcuno per non-parlare. Ho appena scoperto un diversamente umano.

Finito il giro rientro al mio piano. Chiamo l’ascensore e attendo l’apertura delle porte.

Busy? No. Ooooooooh. Sogno un mondo popolato da ascensori per singole persone. Una specie di capsula a misura d’uomo che ti spari su e giù, senza il bisogno di interazione alcuna. Insomma, non brillo certo per essere il-tipo-socievole-della-cucciolata ma che senso ha iniziare una qualsiasi cosa che duri non più di venti secondi?

Arrivo in cucina, prendo un altro ordine e parto per la mia consegna.

Spiegare ad una anziana signora cinese, che di inglese assultamente zero, che il carrello ricolmo di cibo non è un mini buffet di degustazione ambulante, può portarti ad inventare un linguaggio muto completamente da zero. Riesco a convincerla qualche secondo prima di lasciarle uno dei piatti per distrarla e mi avvio alla consegna.

Ad un metro dalla porta allungo il braccio per bussare, ma vengo raggiunto da quell’insieme di suoni che solo due umani a meno di cinque centimetri di distanza sanno produrre, specialmente quando il contesto è una suite d’albergo di lusso e le consegne precedenti coinvolgevano diversi drink. Esaminando le varie opzioni decido che interrompere a quel punto potrebbe causare una delusione a lei e un ben più grave disturbo di “autostima” a lui, per cui, elegante, discreto e nobile come pochi, attendo. E ascolto. Più che altro per capire il momento opportuno… e ovviamente non senza il solito ghigno e un paio di sms di aggiornamento. Due minuti dopo sono dentro. Cosa che deve aver detto anche il lui di turno dopo il terzo drink.

Guardo l’orologio che mi dice di tenere duro per un’altro paio d’ore e nel frattempo mi avvio di nuovo verso la cucina per prendere un altro ordine. La stanchezza si fa sentire, specialmente dopo sei giorni di fila, ma al tempo stesso mi godo questi piccoli momenti di spontanea umanità che spezzano la monotonia del lavoro. Ovviamente a scapito dei protagonisti.

Mentre cammino verso l’ascensore mi viene l’idea di tentare un esperimento sociale mai tentato prima. Attendo impaziente l’ascensore e spero al contempo di trovare qualcuno dentro. Sono fortunato. Appena entro aspetto qualche secondo e poi azzardo il tutto e per tutto chiedendo:

Busy?!?

risposta: you busy??

non capirò mai come funziona sta cosa.

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