Stella Ciao

Stella Ciao

E anche questa è finita.

Dopo sei mesi che mi sono sembrati uno, dopo mille clienti visti di cui me ne ricordo dieci, dopo cento cappuccini perfetti oltre al milione di quelli tentati, si è conclusa la mia esperienza al Casinò di Sydney, conosciuto come The Star.

Ora, mentre piccoli progetti crescono e altri, già grandi, attendono di essere lanciati in pasto ai vostri giudizi, mi sembra di aver fatto un reset ed essere tornato a sei mesi fa.

Mi sembra soltanto, perchè di fatto, l’unica cosa uguale a sei mesi fa è la ricerca di un nuovo lavoro, che non mi preoccupa particolarmente, mentre per il resto tutto è molto diverso.

Con un entusiasmo che non vuol saperne di scendere dalla posizione “da qui non mi schiodo”, apro il bagaglio delle mie esperienze e ci guardo dentro, così, giusto per dare un’occhiata mentre ho tempo, per fare il punto della situazione e approfittarne pure per mettere un pò di ordine su qualche scaffale.

Ventiquattro ore prima.

Gli ultimi due turni di lavoro li passo a salutare colleghi che incontro al penultimo giorno ma non all’ultimo e viceversa. Oltre a questo, dedico una mezz’oretta anche a ricevere una dichiarazione d’amore seguita a raffica, come nella peggiore puntata di Melrose Place, da una proposta di matrimonio. Tutto volutamente scherzoso, ma anche no, si insomma si scherzava, ma non più di tanto, nel senso che io te la butto, poi vedi tu come prenderla, con un Io che invece sa bene come prenderla e che infatti la prende e la cestina con una risata.

Il protagonista di questa performance è uno dei miei colleghi, di origine cinese, persa per strada col tempo, con cui nell’arco di questi sei mesi ho instaurato un rapporto basato non solo su scambi di gesti muti, ma anche su qualche conversazione sul classico più e meno, intervallato da discorsi di un certo calibro. Su un totale di circa quaranta persone dedicate al mio reparto, posso dire di avere avuto un rapporto al di là di quello lavorativo con una decina di loro.

Solo una di questa mi ha chiesto di sposarlo.

Si, perchè la persona in questione è un lui, fidanzato da anni con un altro lui, ma che all’ultimo minuto si è dichiarato ad un ulteriore lui.

L’ultimo di questi lui sono io.

Allo scadere della settima ora e con un’ora rimanente alla fine del turno, il mio inconscio si attiva percependo che un discorso partito trenta secondi prima avrebbe avuto una destinazione che al momento non mi era ancora chiara. Come quando qualcuno inizia a parlare e tu, molto confusamente e senza ulteriori dettagli, realizzi che quel discorso, prima o poi, farà rima con “sono cazzi”.

Il discorso parte sulle varie modalità di avere il visto, fatto e rifatto mille volte per riempire mezzore di vuoto. Ad un certo punto il picco dell’emotività si alza e mi sento dire che lui, il primo lui, ha preso una cotta per me, l’ultimo lui.

Qui è quando capisco da dove hanno tratto ispirazione le scene di Matrix in cui tutto si congela tranne chi sta in mezzo alla scena, che si guarda attorno attonito cercando una via di fuga più o meno dignitosa, ma che, allo scadere del tempo rallentato si ritrova in bocca una risposta che proprio idiota non è, ma che di certo non brillerà tra le migliori citazioni di sempre. Volendo darle una forma visibile, potremmo quindi trascriverla tranquillamente così: “Ssffgofdjgscedlkfàkfcjfkdyueàqxjmcjgflhjn bnflròtd“.

Ovviamente non esiste una reazione codificata ad una risposta del genere, per cui non mi stupisco poi così tanto quando dal pubblico (eh si, i presenti hanno pensato tutti di assistere all’evoluzione della cosa), sento reazioni diverse, come scoppi di risa, “ehm” lunghi diverse decine di secondi, urletti in stile “lui ama lui!!” e via dicendo.

Io dal canto mio ero impegnato a mantenere un atteggiamento nobile, ma simpatico, rispettoso, ma convinto, serio, ma informale.

Tutte cose che non sono riuscito a fare.

Se volessimo essere più descrittivi, potremmo riassumere la mia risposta descrivendola così: risata sguaiata mai sentita prima, panoramica di tutti gli astanti in modo da farmi vedere bene da ognuno, messa in pratica di tutta una serie di gesti atti a sminuire la cosa, sorso di RedBull di circa mezza lattina, per concludere il tutto con una pacca sulle spalle del dichiarante, questa volta un pò più forte del “ehi come va” e leggermente meno di quella “voglio incrinarti un osso”.

Il personaggio, che da ora in poi e per comodità chiameremo Jin, usando un nome di fantasia, visibilmente imbarazzato, azzarda un’ipotesi di sostegno alla proposta, tirando in ballo il famoso Visto citato all’inizio, facendomi notare che una eventuale “partnership” porterebbe dritti dritti all’agognato documento.

Dal canto mio, rincaro la dose della pacca sulla spalla con un deciso e super delicato “scusa ma, in questo caso preferisco rimanere con il Visto-Studente”.

Quando la vita ha dato lezioni di tatto, mi devo essere assentato un attimo.

Jin risponde con una serie di reazioni tra cui, broncio, lancio di un tovagliolo, risata leggermente isterica e tentativo di togliersi l’attenzione di dosso pulendo la prima forchetta che vede. Inutile dire che il tutto non ha portato a nessun cambio di atteggiamento da parte del pubblico, che divertito ha continuato a seguire la scenetta per ancora qualche minuto, non risparmiandosi battutine varie e ipotizzando scenari idilliaci (sostituite “idilliaci” con “idioti” e otterrete quello che volevo dire veramente).

Oltre a questo, non si segnalano episodi di rilievo, per cui la giornata fila via tranquilla, con le ultime strette di mano a colleghi che, probabilmente, non rivedrò più.

Il giorno dopo, l’ultimo, durante il solito, breve briefing di inizio turno, vedo all’ordine del giorno un “bye bye Gio“, unica scritta in rosso, su una lavagna piena di nero. I presenti, mi augurano buona fortuna, ringraziano per il mio contributo e si dicono felici di avermi conosciuto. Strette di mano, sorrisi e poi via, per un turno assolutamente leggero, grazie al carico maggiore assorbito volontariamente dai colleghi.

Gli ultimi giri ai piani, i famosi “cecflo” (vedi post: “Cecflo e Cocsiro”) li passo più lentamente del solito, gustandomi bene i vari ambienti.

All’ultimo giorno di permanenza in ogni posto in cui ho vissuto o lavorato, mi piace fare un giro per guardare meglio quello che ho avuto sotto gli occhi per mesi o a volte anni, come posti di lavoro, ma anche scuole, università, case in cui ho vissuto, posti che ho frequentato. Mi piace pensare a questo ultimo sguardo come il retro della copertina di un altro libro, letto, assaporato e poi riposto sullo scaffale delle mie esperienze.

Cammino lentamente, osservando la struttura, ascoltandone i rumori tipici, i vari odori e profumi che si mescolano a formare quello tipico degli hotel. Saluto persone addette ad altre mansioni che ho incrociato mille volte, osservo la città da prospettive possibili solo da questo o quel punto e poi mi avvio di nuovo, attraverso i vari corridoi, verso la cucina dove ho speso gli ultimi sei mesi.

Il turno è finito, saluto di nuovo, qualcuno non definitivamente e lascio tutti con un “magari ci si rivede in giro”, che mi piace di più del “sentiamoci” che poi non si avvera mai. Un pò di tristezza c’è sempre in questi casi, ma preferisco concentrarmi sempre sulle opportunità che un’esperienza conclusa offre.

Con la mente vado subito all’incombenza che mi aspetta l’indomani, forse la più importante da quando sono qui, ma di cui ancora non mi sento di parlare in questo spazio.

Quella di domani sarà la copertina di un nuovo libro, che non so ancora se potrò o meno leggere, ma che, in quest’ultimo caso, sarò felice di averne potuto leggerne anche solo il titolo.

Chi è in Australia da un pò si sarà reso conto che le esperienze che si concludono sono una cosa a cui abituarsi; così come bisogna abituarsi a saluti definitivi e a chiusure di rapporti durati magari qualche mese, ma che si sono rivelati preziosi.

Lascio il badge all’uscita, saluto come in un giorno normale e varco la porta.

All’interno del mio bagaglio personale è appena stato riposto un altro libro e gli scaffali cominciano ad essere pieni abbastanza da poterli considerare degni di essere letti tutti dall’inizio, un giorno che ancora è lontano. Nel frattempo, sento già il rumore e il profumo di nuove copertine e nuove pagine da sfogliare.

Assaporo il sole sulla faccia mentre scendo la scalinata all’ingresso e alla fine mi giro per dedicare uno sguardo alla enorme scritta bianca, fatta da lettere giganti appoggiate al suolo, che da il benvenuto ad ospiti e clienti: The Star.

Sorrido, accendo l’ipod e respiro.

ciao Stella.

  • zio

    Hai lo spirito libero quel tanto da permetterti di affrontare il tuo cammino con chiarezza e decisione. La libertà costa ma paga ….generosamente. zio

  • Love your words and your disposition on life 🙂 You’re inspiring 🙂 xo

  • “Chi è in Australia da un pò si sarà reso conto che le esperienze che si concludono sono una cosa a cui abituarsi; così come bisogna abituarsi a saluti definitivi e a chiusure di rapporti durati magari qualche mese, ma che si sono rivelati preziosi. (…) Sorrido, accendo l’ipod e respiro.”
    Quanto mi ritrovo nelle tue parole e in questo toccante post 🙂 Hai lo spirito giusto x vivere qui e “make the most out of this experience”!

    • In fondo, le relazioni con persone qui “provvisoriamente” non fanno altro che spingermi ad integrarmi maggiormente con gli Australiani.