Un Sorriso, il Vento e le Montagne Blu

Un Sorriso, il Vento e le Montagne Blu

Tornare a guidare dopo più di un anno e mezzo, per di più dal lato “sbagliato”, è come prenderlo nel culo senza sapere di essere gay. Ti accorgi subito che qualcosa non torna.

Le esperienze, si sa, sono sempre soggettive, per cui anche in questo caso sicuramente esiste un ventaglio che copre le reazioni più diverse.

Ho saputo di persone che non hanno battuto ciglio fin dal primo momento, mentre altre, partite da uno dei lati dell’Australia, stanno viaggiando loro malgrado verso il lato opposto, evitando accuratamente di cambiare direzione.

Reputo la mia esperienza nel mezzo di questo ventaglio di opzioni.

I primi tre minuti al posto di guida “inverso” li ho passati a fare un controllo completo di ogni singolo pulsante, leva, pedale, rotella o strumento assortito, tanto da fare invidia ad un pilota di airbus. Se ne avessi avuto modo, inoltre, non nego che avrei fatto un giro anche sotto la macchina, per controllare eventuali ulteriori differenze, neanche mi accingessi a pilotare l’ultimo dei caccia militari in circolazione.

Il fatto è che volevo essere sicuro.

Sicuro, per esempio, che l’unica cosa ad essere invertita fosse solo il posto di guida e non altre funzioni (certo, anche le corsie e tutte le svolte sono invertite, ma questo è un problema che viene dopo, io ero ancora fermo). Scopro così che la leva degli indicatori e quello del tergicristalli si sono scambiati di posto. Già qui mi vedo pronti diversi scenari in arrivo.

Di fatto, quindi, mi ritrovo nella seguente situazione: pedali nella stessa posizione, cambio a sinistra, ma marce nella stessa sequenza, leva indicatori a destra, tergicristalli a sinistra, freno a mano per eventuali numeri acrobatici a sinistra, leva di espulsione assente.

Lo confesso, se avessi avuto un casco lo avrei indossato, ma in mancanza d’altro, infilo gli occhiali da sole e penso che se Maverick è tornato a pilotare caccia dopo quella cosa del suo migliore amico finito come finisce un insetto in un microonde qualsiasi, allora io posso superare sta cosa dell’inversione e tornare a guidare.

Metto in moto, guardo dalla parte sbagliata e mi immetto nel traffico.

Primo scenario centrato in pieno.

Quello che invece vorrei evitare di centrare è un ignaro essere umano, mentre un attimo prima cammina beato e perso nel suo iPhone e un attimo dopo guarda il mondo attraverso la rete del radiatore.

C’è anche da dire che il “traffico” non era proprio tale, dal momento che le macchine in circolazione erano circa cinque in altrettanti km quadrati. Ma di questo non mi lamento per niente.

La piccola lezione di guida segue a ruota l’ottenimento della patente australiana, valida per un anno, al termine del quale potrò rinnovarla cercando di applicarvi una foto che mi ritrae nelle mie sembianze umane, anziché in quelle di un ritratto di Picasso.

Destinazione della gita fuori Sydney: le Blue Mountains, a circa un’ora e mezza di strada in direzione opposta al mare.

Parlare di montagne in Australia è come parlare di granite in Angola.

Si capisce subito che qualcosa non torna.

Ad una ricerca più attenta si scopre invece che in Australia, oltre alle Blue Mountains famose per chi vive a Sydney, di montagne ce ne sono diverse, alcune addirittura con neve incorporata. Niente di paragonabile ad Alpi e altre località, ma abbastanza per far stupire in positivo ancora una volta.

Le Blue Mountains arrivano a circa mille metri, di neve nemmeno l’ombra, ma in compenso di alberi, sentieri panoramici, radure ombreggiate e corsi d’acqua abbondano e abbondano ancora.

Uno sguardo d’intesa alle mie sneakers compagne di centinaia di esplorazioni e via per uno dei sentieri immersi nel bosco delle montagne blu.

Nonostante l’estensione di Sydney e la sua relativa vicinanza a questo nuovo ambiente, l’aria è enormemente diversa.

A pieni polmoni si respira tutto il verde e l’azzurro che c’è e gli occhi non corrono più a cercare i giochi di riflessi di vetri e oceano, ma le gradazioni di verde dei milioni di alberi, il contrasto dell’azzurro del cielo visto da lassù, seduto su qualche roccia a strapiombo sulla valle intera o il nero della terra umida vista da laggiù, nel sottobosco, mentre cammini in silenzio tu e tutto il resto.

I colori d’Australia sono la prima cosa che ho notato dopo essere uscito dal famoso aereo.

Non ci sono mezze misure e sembra quasi che qualcuno abbia alzato di svariate tacche il livello dei colori, facendoli diventare così vivaci, così saturi, così colori.

La prima parte della mattina passa tra un paio d’ore di cammino e diverse centinaia di gradini in pietra che salgono e scendono, mentre costeggi il fianco di questa montagna, il bordo di quella valle o il sentiero panoramico aggrappato alla roccia, mentre sotto hai soltanto alberi e sopra soltanto cielo.

Dopo una prestazione del genere, l’abbondante colazione evapora con la stessa rapidità della verginità in gita scolastica, per cui è d’obbligo una tappa salutare a base di mettimidentroquellochehai-burger con contorno di tuttoilrestograzie.

Il posto scelto per la tappa è una singolare costruzione a forma di casa, ma usata come punto ristoro, che si dichiara modestamente chiosco, ma ha tutte le carte in regola per un piccolo, ottimo ristorante a base di colazioni assortite e combinazioni varie.

Ogni stanza della casa è adibita a sala a sé stante, ognuna con un colore diverso, un arredamento diverso e uno stile diverso. Verde, viola e giallo si susseguono tra i muri così come lo fanno là fuori, in un continuo di colori di cui stancarsi non è possibile.

Foto di rito a piccoli particolari del luogo, memorizzo il nome per un futuro ritorno e poi si riparte per continuare il giro.

Il nome e la durata stimata di percorrenza dei diversi sentieri è segnata ad ogni bivio e su una grande mappa all’inizio dei vari percorsi.

Vista l’ora scarto a priori percorsi lunghi qualche ora e mi immergo in un sentiero che promette di portare ad una cascata venti minuti dopo.

Capisco che la promessa è stata mantenuta qualche minuto prima dei venti, quando comincio a sentire sulla faccia le prime gocce d’acqua portate in alto dal vento e fatte cadere attraverso gli alberi. Prego in silenzio un dio a cui non credo che le gocce non si portino dietro qualche cazzo di ragno dai mille veleni e mi godo lo spettacolo del verde che ho davanti e la vista di milioni di gocce d’acqua che salgono verso l’alto.

Cammino e cammino ancora, fino ad arrivare ad un sentiero di rocce che attraversa il piccolo corso d’acqua, fino a trovarmi con alle spalle una piccola cascata e di fronte il vuoto di una molto più grande.

La luce gialla del pomeriggio, riflessa dalle gocce perse nel vuoto, mi imprime negli occhi una fotografia che non potrò mai uguagliare, ma che osservo il più a lungo possibile ammirandone tutte le sfumature.

Sei lì che pensi a te stesso, connesso al “sistema Natura”, perso nei pensieri più vari, da quello di “come siamo piccoli di fronte a tutto ciò” a quello di “cazzo mi scappa da pisciare e adesso dove la faccio?” quando vieni disturbato da una cinese di trentamila anni che ti sposta di peso perché lei e solo lei deve passare.

Già me la vedo roteare nel vuoto appena oltre il bordo della cascata, spinta da una forza misteriosa che fa rima con me, mentre faccio un passo indietro e cedo spazio ad una fila di turisti.

Tempo di proseguire.

Ripreso il cammino mi ritrovo nel punto più vicino a quello che potrebbe essere considerato precipitare, dove il sentiero diventa quasi sospeso nel vuoto, mentre davanti hai un salto di un paio di minuti e dietro un muro di roccia.

Mi siedo proprio lì, dove la roccia arancio è battuta dal sole, dove il vento è forte, fortissimo, ma tu sei al riparo in una insenatura, dove quello che hai davanti sono centottanta gradi di panorama e dove finalmente trovi la risposta al motivo del nome di queste montagne.

Mentre ci cammini dentro non te ne accorgi, ma da lassù, dove sorridi anche nella tua peggiore giornata di sempre, scopri che le particolari piante di cui sono ricoperte queste montagne, giocano con i riflessi della luce, rimandando agli occhi di chi è appollaiato su una roccia qualsiasi, l’immagine di una vallata enorme, circondata dalle montagne, che ora non sembrano più di mille verdi diversi, ma di un unico, splendido blu.

Chiudo gli occhi, respiro una porzione di vento e lascio da qualche parte un sorriso che verrò a riprendere un giorno.

Ringraziamenti:

– a tutti gli abitanti della zona che per un misterioso istinto sono rimaste chiuse in casa evitando di farsi tramutare in plancton dal sottoscritto alla guida.

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  • sandrino

    Ciao,
    da quelle parti dovrebbe esserci anche una specie di piccola funivia, NON ADATTA a portatori di sfintere lasco, nonchè un trenino a cremagliera. Entrambe esperienze che segnano….

    • @sandrino la battuta del portatore di sfintere lasco mi ha crepato dal ridere per venti minuti abbondanti.

  • RobertaFavola

    Bravo, ce l’hai fatta a guidare fino alle Blue Mountains: ogni giorno una vittoria: continua cosi`.