Voglio tornare a casa…

Voglio tornare a casa…

… clamorosa pernacchia a tutti quelli che ci hanno creduto e sono rimasti con la forchetta a mezz’aria (solo io mangio davanti al pc?) e un caloroso “cheers” birra contro birra a chi è rimasto scettico.
Parliamoci chiaro: io da qui non mi schiodo.
Ora mi informo se commettere qualche reato ti garantisce un visto speciale o se ti rimandano a casa.
Nel primo caso potrei darmi al furto d’auto, niente che ti porti in una cella di isolamento, nessuno ti violenta in doccia per aver tagliuzzato qualcuno e tanto meno ti accolgono calorosamente con il tipico benvenuto riservato a pedofili e inferiori assortiti. Tre pasti caldi al giorno e qualche anno in australia. Buttali via.
Chiaramente questa è la carta d’emergenza. Prima provo con i furti in appartamento.
Anche questa settimana è stata particolarmente intensa. Solita scuola, solite uscite, solite puntatine in spiaggia. Poi a tempo perso sono andato a lavorare.
Due treni e una camminata di cinque minuti mi portano dritto in City, sotto alla torre specchiata e targata Siemens. Un ascensore mi porta al Centro Conferenze dove presto la mia nobile persona per un pò aus-dollari.
Lascio aperto l’ultimo bottone della camicia, annodo una cravatta nera e sono pronto.
Tra chiacchiere con la collega, sandwiches dai gusti improbabili (prosciutto + burro + marmellata + altra salsa non identificata) e lavoro vero, le cinque ore di turno passano velocemente. Mi gusto perfino il mio responsabile, che non è ancora convinto che riesca a capirlo mentre parla e quindi comunica con me con un ricco inventario di gesti acrobatici, suoni da cartoni animati, fischi, sibili e soffi per simulare quello che dovrei fare. Rispondo con un aridissimo ok, ma poi mi scappa un mezzo sorriso, a lui ne scappa uno e mezzo. L’importante è capirsi.
Posteggio il cervello in posizione “scimmia parlante”, passo a fianco a vetrate che danno sul tramonto griffato “porto di Sydney”, mi guardo intorno e mi godo l’atmosfera molto rilassata.
Quasi mi dimentico che è questo il lavoro e che dopo mi aspetta una birretta alla Beach.
Apro il resto dei bottoni della camicia, tolgo la cravatta e sono di nuovo in libertà.
Altra camminata, un paio di foto, altri due treni e un bus. Stasera piove. In un piovoso mercoledì di pioggia, tre quarti dei locali ha già chiuso o sta già chiudendo, ma troviamo lo stesso un tavolo in un locale a metà spiaggia. Entriamo, ordiniamo una birra e un’oretta di chiacchiere.
Serata tranquilla, anche perchè sono ancora sotto shock. Sto ancora processando il trauma subito due giorni prima.
Tipico ristorante cinese di quelli che ho visto solo qui: l’arredamento aggiunge una nuova sfumatura alla voce “spartano”, fatta di bicchieri completamente spaiati, un misto di sedie e sgabelli, menu attaccati al muro col nastro adesivo, posate inesistenti e tutto molto, molto, cinese. Come ad esempio il semi-maori seduto là in fondo. Il nostro è un tavolo traballante appoggiato alle scale a vista del locale. Pochi i tavoli, tanti gli infradito.
Ordiniamo praticamente affidandoci al destino, ma il cibo in effetti non è per niente male. Fuori, Sydney veleggia verso il 2012, ma qui dentro siamo tornati bruscamente agli anni ’70. Poi, succede.

Attenzione: quelli che seguono sono fatti realmente accaduti, che potrebbero offendere la sensibilità di alcuni di voi. Si prega pertanto di non proseguire nella lettura se siete in gravidanza, avete postumi o sintomi di attacco di cuore, siete eccessivamente impressionabili o semplicemente ritenete il decoro uno stile di vita reale.
Per dovere di informazione riporto tutto in ordine cronologico, senza permettere a sentimenti ed emozioni di intaccare la veridicità di quanto accaduto e cercando di ignorare, per quanto possibile, quel tremolio all’occhio.

Mando giù un boccone di non-so-cosa-ma-male-non-fa, per sicurezza ci bevo dietro un sorso d’acqua, continuo il discorso che stavo facendo a tavola.
Nei secondi che seguono sento un leggerissimo fruscio nella parte alta della coscia, non ci faccio caso, continuo a parlare, vedo la faccia di chi mi sta di fronte passare dal sereno ad un muto grido di dolore, accompagnando il tutto da frenetici gesti, per chiedermi di guardare in basso.
Dopo tre sedute di ipnosi regressiva ho capito che l’errore che ho fatto è stato proprio guardare in basso.

Come se fosse la cosa più normale di sempre, tranquillamente posato sulla mia gamba si stava guardando intorno uno scarafaggio dalle dimensioni illegali, muovendo trenta metri di antenne varie, facendo luccicare diversi centimetri di marrone metallizzato e probabilmente, addirittura, pensando.
Come nelle scene in cui Neo da il meglio di sè, il mondo intorno a me si congela istantaneamente, metto a fuoco il tutto, cerco di darmi spiegazioni alternative a quello che vedo, ma alla fine devo soccombere al fatto che ho uno stramaledetto, enorme, mobilissimo scarafaggio sulla coscia. Visualizzo in tempo zero diverse opzioni da adottare nei secondi che seguono:
– alzarmi di scatto, rovesciare il tavolo in un unico gesto, schiacciare l’infame bestia fino a farne un fossile per i più curiosi nei prossimi millenni.
– amputarmi una gamba per renderlo non più un problema mio.
– rovesciarmi addosso una bollente zuppa di va-a-sapere-cosa-mi-hanno-dato.
– saltare fuori dai pantaloni senza slacciarli e ritirarmi in esilio sulla montagna più alta.
Invece, una volta che il mondo torna a girare a velocità normale, l’unica cosa che mi viene, considerando in un nanosecondo mille fattori, non ultimo quello di non voler fare una figura di merda planetaria in mezzo al ristorante, è far partire un virilissimo FUCK, sparato a duecento decibel. La cosa positiva è che in una situazione imprevista e di emergenza ho parlato in inglese. Non male.
Dopo dieci secondi di scrolloni da far invidia al più avanzato dei Parkinsoniani, vedo Mr. Brown finalmente staccarsi dal mio corpo, per finire agilmente e in posizione eretta sul pavimento.
Concentro quattro tonnellate di pestone sul piede più vicino. Niente da fare, il bastardo è troppo veloce. Ripeto il tutto almeno cinque volte, finchè non lo vedo uscire tranquillamente da sotto il tavolo e andarsene altrove.
Mi guardo intorno.
Diverse paia di occhi mi stanno osservando come si guarda un nano provarci con una cubista.
Indico con gli occhi lo scarafaggio a pochi metri, loro lo vedono e nonostante ci si trovi in un ristorante (ricordo che cibo e scarafaggi non sono mai stati l’accoppiata di nessun anno), il massimo che fanno è spostare un piede per farlo passare, alzare di mezzo millimetro un sopracciglio e tornare a mangiare.
Nella puntata di CSI Sydney che verrà dedicata all’evento vedremo nei dettagli la dinamica. Per ora posso solo dire che l’antennuto essere si è letteralmente lanciato dalle scale sulla mia gamba, andando a configurare una situazione che poteva essere ben più tragica. Vediamo insieme le possibili alternative.
– 20 cm più indietro e mi finiva in testa (opzione in assoluto più infausta)
– 20 cm più avanti e mi finiva nel piatto (con conseguente distruzione immediata di piatto e mezzo tavolo dopo un pugno che nemmeno Thor si sogna).
– 23 cm più indietro e mi finiva esattamente nel cappuccio della felpa (non mi sarei accorto di nulla, me lo sarei portato a casa e probabilmente me lo sarei trovato a prepararmi la colazione il giorno dopo).
Dopo aver assunto di nuovo un colorito terrestre e passati i dieci centimetri di pelledoca, interpreto il tutto come un segnale mistico che è ora di andare.
Pago il conto, zero mancia e come una ballerina sulle punte esco dal locale. Mi aspettano notti insonni, colpi di freddo e flashback.
Decido che forse mi conviene ordinare su ebay l’armatura vera di Ironman e assumere Robocop.
Ci incamminiamo per le vie della città, io personalmente chiuso in un mondo popolato da vergini e muffin al cioccolato, gli altri deridendomi apertamente.
Poi finalmente il vero evento della serata.

Attenzione, avviso a tutti i musicisti o appassionati di musica: quello che state per leggere è un fatto realmente accaduto, che per onestà intellettuale viene riportato integralmente. Si prega pertanto di non proseguire nella lettura se avete fatto della musica la vostra vita, se siete tra quelli che “le cubiste distraggono dall’ascolto” o semplicemente vi state creando una vostra nicchia suonando a piedi scalzi su qualche marciapiede vivendo di stenti e sorridendo a denti alterni.

Mentre camminiamo inizia a farsi sentire un fischio acuto e ripetitivo. Dapprima lontano e confuso nei rumori del traffico, poi sempre più vicino. Chi pensa all’allarme di una macchina, chi ad un uccello, chi al cigolio di qualche meccanismo o semplicemente agli ultimi secondi di vita di un barbone, mentre rantolando a terra comunica a chi lasciare in eredità i suoi sacchetti di plastica.
Purtroppo, come spesso accade, la realtà supera le previsioni più nere.
Parcheggiata vicino ad un semaforo si trova la donna più disidratata che abbia mai visto, robe da far crepare d’invidia la mummia di Ramses. Regolare cappello per le offerte davanti ai piedi, immancabili sacchetti di plastica contenenti effetti personali di una vita spesa nell’alcol, il soggetto tenta di farsi strada nel blasonato mondo delle case discografiche producendo uno dei più fastidiosi suoni mai uditi provenienti da un flauto.
La tecnica, assolutamente d’avanguardia, consiste nello suonare lo strumento senza alcun dito sui fori, semplicemente soffiando ritmicamente e con quanta più forza possibile. Tra i risultati, in pole position troviamo un collasso imminente di un polmone. Mentre mi guardo intorno aspettandomi di vedere mute di lupi mannari richiamati dal sinistro sibilo, ricordo giorni lontani in cui stavo imparando a suonare il flauto a scuola. Con la differenza che non avevo ambizioni da disco di platino e da quello non dipendevano i miei pasti caldi.
A pensarci bene, forse la vera tecnica consisteva nel fischiare a vanvera per un’ora buona, con guadagno zero, per poi smettere bruscamente e vedere il cappello riempirsi di centoni in segno di ringraziamento.
Cosa non si fà per un Double Whooper da Hungry Jack e una bottiglia di colluttorio da scolarsi in compagnia di un cane.

La notte è ancora giovane qui a Sydney, per cui passiamo oltre e proseguiamo in attesa del prossimo evento.
A voi dall’altra parte auguro un felice weekend e invito tutti coloro che stanno pianificando una cena a ripensarci o, almeno, a non scegliere un tavolo vicino alle scale.
In caso contrario, ci vediamo al nuovo gruppo di auto-aiuto.

  • Roberta Burattini

    ahahahahahaahahahahahahahahaah XDDDDD

  • ogni tanto mi scappano senza che possa farci niente…

  • Ciao! come sempre GiordanoShow :Dma non dicevi che vuoi smettere con le espressioni giornalistiche tipo "stay tuned"? :PBella lì!

  • grazie mille! vedere che l'intento raggiunge lo scopo mi da grande soddisfazione!!!stay tuned

  • spettacolare… i tuoi racconti mi fanno vivere gli eventi come se fossi veramente li con te, dovresti scrivere un libro, grandissimo