Water resistant.

Water resistant.

Quando il motorino si ferma sono esattamente dentro una pozzanghera di quattro metri quadrati.
Attraverso la visiera del casco, il più violento temporale che abbia mai visto da quando sono qui continua imperterrito da qualche ora.
Subito dopo penso che, ovviamente, doveva abbattersi durante la mia ultima sera.
Scendo per recuperare le pizze, rendendomi conto che sono completamente, totalmente, profondamente bagnato. La tuta anti-pioggia gentilmente fornita dalla “ditta” non fa per niente il suo dovere.
Afferro le pizze, saltello fino alla porta, busso, attendo. Questa almeno, è l’ultima consegna.
Mi apre la porta un ragazzo che parlando solo con le vocali mi comunica che ha cambiato idea e la pizza non la vuole più.
Risposta vocale: no worries mate, have a good night.
Risposta mentale: perchè sono qui?

Qualche ora prima:
Seduto sotto il sole, sorrido compiaciuto per la conferma appena ricevuta per un nuovo lavoro in arrivo e realizzo che questa sarà l’ultima sera di consegna pizze. Esperienza gradita, ma era il momento di passare ad un lavoro full-time. Mica posso passare il tempo ad abbronzarmi.
Sfogliando distrattamente le pagine di una rivista, mi godo il pomeriggio prima del turno, mangiando qualche chicco d’uva, respirando tutta l’aria che posso. Musica bassa in sottofondo, caldo, relax.
Le previsioni che fino alla mattina stessa annunciavano un tempo pessimo, sembrano essere state smentite dai fatti, ma pur godendomi il sole, mantengo sempre il dubbio. Dopo tutto, siamo pur sempre a Sydney.

Infilo la maglia blu, afferro il casco ed esco di casa. Mi aspettano quattro ore di turno, l’ultimo.
Dopo dieci passi sento una raffica di tuoni e nel giro di venti secondi il sole cambia idea e si prende una pausa. Temporale in arrivo.
Arrivo in negozio sotto le prime gocce, per cui decido di infilare subito la tuta anti-pioggia e via per la prima consegna.
Dopo circa mezzora di consegne, sono più bagnato di un tampax usato gettato nel water e dimenticato per ore senza tirare l’acqua. Giro per le strade di Sydney con la stessa visibilità di un cieco bendato, cercando allo stesso tempo di vedere ad almeno dieci metri di distanza, evitare di volare per terra alla prima frenata, evitare di stamparmi contro qualche bagagliaio, evitare di raccogliere qualche passante e, possibilmente, non morire.
Ogni tanto, a voce alta, mi interrogo sul motivo per cui sto ancora indossando quella maledetta tuta, dal momento che non ripara assolutamente nulla. Dopo diversi ragionamenti arrivo in effetti a scoprire che mi sarei riparato meglio indossando la rete di un canestro e sicuramente ne avrei guadagnato anche in estetica, dal momento che, visto che di solito porto una M, mi hanno dato una XL. Il risultato della combinazione me+tuta+motorino è molto più simile ad un windsurf su ruote che non a qualcuno sopra un motorino. Ogni tanto fantastico di essere strappato via dal vento e volteggiare al largo, per poi farmi trovare da qualche rete da pesca.
Con lo stesso sex-appeal di un lebbroso all’ultimo stadio, mi avvio verso l’ennesima consegna. A memoria, localizzo il civico in questione da qualche parte nella zona pedonale di Bondi Junction, quindi mi aspetta pure una bella camminata. Parcheggio, prendo le pizze e mi avvio, seminando un rivolo d’acqua al mio passaggio mentre osservo scorrere i numeri civici.
Dopo quindici minuti, diverse imprecazioni in dialetto stretto e la bellezza di cinquanta civici, arrivo finalmente al numero interessato, realizzando con raccapriccio che si tratta del primo edificio fuori dalla zona pedonale, esattamente dalla parte opposta di dove ho parcheggiato. Morale: potevo tranquillamente venire in motorino, mettendoci trentaquattro secondi, evitando anche di farmi vedere in quelle condizioni da diversi ex-compagni di classe. I soliti incontri che non si erano mai verificati prima e nemmeno si verificheranno poi.
In ogni caso, suono il campanello e mi avvio verso l’ascensore. La salita si trasforma nella più banale delle ovvietà quando ad un piano entrano due ragazze australiane, in completo di big-babol, tacchi e vestite talmente poco che se lo erano anche solo un pò di meno avrei potuto vederle dentro.
Intrappolato in una tuta gigante, bagnato come la stessa acqua, mentre reggo cinque pizze e tre panini all’aglio mi rendo conto che ho le stesse possibilità di apparire anche solo “papabile” quante ne ha Raffaella Carrà quando ride.
Consegno il tutto, scendo, altro mezzo chilometro di camminata e riparto, ma non prima di aver apprezzato fino in fondo quella gradevole sensazione di fresco dato dallo strappo sulla tuta in corrispondenza di una chiappa, che ad ogni seduta sulla sella bagnata causa un effetto spugna, portando istantaneamente tutta l’acqua dentro ai miei pantaloni.
La serata procede praticamente per quattro ore nelle stesse condizioni.
Tra una consegna e l’altra arrivo a progettare mentalmente la doccia ideale: pedana di sei metri quadri con massaggiatore a pavimento, getti d’acqua provenienti da una decina di punti diversi, spruzzi di sapone automatici, seggiolino per rilassarsi meglio, libro impermeabile al muro, musica e una cannuccia di qualche metro collegata ad un bicchiere gigante di Mojito.
Semaforo rosso, mi fermo e appoggio il piede di quindici centimetri d’acqua.
Che noia.
Dicevamo, doccia di un’ora minimo, mojito inesauribile, aromi profumati nell’aria, temperatura perfetta e soprattutto, la pioggia in faccia è ormai un brutto ricordo.
Nel frattempo, però, la pioggia è ancora nella mia vita mentre mi godo uno tsunami provocato da un suv che si abbatte in ogni più piccola fessura del mio fianco destro, mentre aspettavo il verde nella mia corsia.
Tocco il fondo dell’autostima quando, durante una tregua dalla pioggia di dieci minuti, vedo nello specchietto una macchina che ogni tanto aziona il tergicristallo per il solo fatto di essermi dietro.
Sono talmente oltre il normale essere bagnato che se volassi contro qualche parabrezza, qualcuno penserebbe di aver ricevuto un gavettone.
Piano piano, dopo quattro tonnellate d’acqua, il turno si avvia alla conclusione. Controllo l’orologio: meno dieci minuti.

Prendo l’ultima pizza e mi avvio verso l’ultima consegna.
Che giornata – penso – mancherebbe solo che qualcuno mi facesse fare un viaggio a vuoto.
Sistemo il casco, abbasso la visiera e metto in moto.

  • Roberta Burattini

    Ne hai passate eh? XD

    • Eh si. E questo era solo l’inizio.
      Da notare come, dopo l’episodio descritto, non si siano mai più verificati incontri fortuiti con ex compagni di classe…

  • Bella l'idea del libro impermeabile attaccato al muro!