Why so serious?

Why so serious?

Apro gli occhi.
Metto in moto un pensiero dietro l’altro. Spazzolino, acqua fredda, una pisciata e controllo chi c’è nello specchio. Mi guarda, lo guardo. Anche oggi, ci piacciamo.
Fuori, Sydney è ancora silenziosa.
Cammino silenzioso e veloce tra le stanze e la polvere illuminata di una casa nuova, l’ennesima, non di certo l’ultima.
Tracolla, ipod, telefono, pensieri. Raccolgo le mie cose, metto in tasca un paio di personalità, una manciata di espressioni ed esco.
E’ presto a Sydney. Cammino piano per gustarmi la via. Niente di particolare, due file di alberi, poche macchine, una mela. L’ipod spento mi chiede che cazzo l’ho portato a fare se poi non lo cago, non gli rispondo nemmeno. Forse per la prima volta, dopo un mese e mezzo, oggi mi sento veramente, irrimediabilmente a Sydney. Finalmente.
Apro la zip della giacca per fare entrare un pò d’aria. La primavera sta mandando sms a tutti dicendo che sta arrivando, mentre l’inverno, prima di andarsene, fa di tutto per imitarla, così che tra un mese si parli di lui.
Mi fermo. Morso alla mela. Alberi. Aria. Un pappagallo bianco e giallo, poco più sopra, pensa a chissà che trip mi sto facendo, senza sapere che ne è parte integrante. Ci guardiamo, ci piacciamo.
Tira un vento leggero, caldo e la mattina, a Sydney, è il momento migliore. Tutto è ai blocchi di partenza. Se ti fermi a sentire, non senti niente. Se invece ascolti allora puoi sentire un ronzio che sale piano. Come di un’onda partita da lontano.
Alzo lo sguardo, foglie, ali, cielo, io.
Parte un pensiero, quasi una lama di luce che mi percorre dalla testa ai piedi, una sorta di scansione di me stesso, qui ed ora. Ci sono. O semplicemente, Sono.
Quell’onda stamattina, sembra non arrivare mai, anche se è sempre più vicina. Chissà da dove è partita e dove andrà ad infrangersi, ma il rumore, se ascolti, aumenta sempre più.
Cammino. Mi mantengo attento a tutto, i colori sono troppi per non essere visti. Devo essere vigile, devo essere vivo.
Respiro. Cambiare città non basta, cambiare continente nemmeno, passare l’equatore meno che meno e andare fino a sotto il mondo a vedere se c’è polvere di certo non fa la differenza.
Chiacchiere di chi sente.
Invece cambia tutto.
Se la mattina in cui parti ti ricordi di fare backup e reset, allora cambia maledettamente tutto.
Rinasci, senza tutto il pacco del sangue e di sconosciuti che ti battono la schiena, senza doverti pulire e piangere per un pò di latte.
Sei neonato con tutto quello che sapevi prima e se lo sai usare, per gli altri, sono cazzi.
Ci sono giorni che nascono per essere descritti.
Sono concentrato, vedo il mondo in HD e finalmente ho tutti i canali del mondo.
Annuso. Oggi non pioverà, ma anche lo facesse, non mi bagnerei.
E’ solo una città, come altre, come tante, come tutte.
Si, ovvio.
No.
Cambi la città dopo che sei cambiato dentro e l’ambiente esterno deve solo essere sincronizzato con quello interno.
La via è quasi finita, prima che ne inizi un’altra, la giornata è appena iniziata, dopo che ne è finita un’altra.
Il cielo che vedo qui non è lo stesso che vedevo due mesi fa e alla fine della scaletta di quell’aereo, dopo quasi due giorni di gestazione, non c’è nessuno a battermi sulla schiena e stavolta, non piango.
Dietro l’angolo Sydney si è svegliata e se la ascolti devi prendere appunti.
Voglio il mio cappuccino, in quel bicchierone nero che mi piace tanto. Cazzo che dejavù.
Uscire da una porta, in un mondo nuovo e bere qualcosa a base di latte. Roba da trip.
Lascio tre dollari sul banco di marmo nero, saluto la ragazza e sorseggio piano il suo “enjoy your day”.
Quell’onda sono io. Non so ancora quale sarà la mia spiaggia, ma nel frattempo inganno il tempo crescendo.
Un sorso di caffè, una penna in mano e un quaderno aperto.
Welcome to (me) Sydney.